Miss Italia: viaggio sul corpo delle donne, da “moglie ideale” a esercizio di potere

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Far sfilare ragazze su una passerella, giudicare il loro corpo in base a precisi standard, stabilire quale sia il più bello. Il meccanismo di funzionamento di Miss Italia è sempre stato questo, dal 1946, anno della sua nascita. La prossima finale del concorso è fissata per il 13 febbraio e sarà trasmessa in streaming su Helbiz Live. Dal 2019, il programma non ha più spazio sulla televisione pubblica, dopo un declino iniziato dal 2008. È un format ormai fuori dal nostro tempo?

Partecipare a Miss Italia per potersi sposare. I primi dieci anni del concorso.

Vestiti realizzati con le tende di casa o presi in prestito, entusiasmo e ingenuità. Sono gli elementi che accompagnano le partecipanti alle prime edizioni di Miss Italia, mosse da un desiderio principale: “Al concorso, i premi in palio erano arredamento per la casa, pellicce, abiti da sera, somme di denaro. Siamo nel dopoguerra, molte delle ragazze arrivano da famiglie povere – spiega Marzia Leprini, autrice di Le olimpiadi della bellezza –  Storia del concorso di Miss Italia (1946-1964) -. All’improvviso Miss Italia rappresenta una possibilità per ottenere una dote, necessaria per sposarsi. Il 90% di chi partecipava aveva questa priorità e questo desiderio”. Leprini ha dedicato il suo dottorato all’Università di Urbino proprio allo studio dei primi vent’anni del programma. “Mi sono resa conto che questo fenomeno poteva essere estremamente interessante se studiato dal punto di vista storico e sociale – continua Leprini – Ai suoi inizi Miss Italia era un evento di massa, popolare, che creava anche grandi flussi turistici verso i luoghi in cui si avvolgeva”. 

Il concorso nasce come una risposta dopo la seconda guerra mondiale, da un’idea di Dino Villani, pubblicitario milanese. “In quel momento il nostro Paese è devastato dal conflitto ma nell’aria c’è il bisogno di riconciliazione e la voglia di celebrare una ritrovata libertà. C’è un grande desiderio di festa”. Così, Villani si inventa la prima edizione del concorso: “Villani in questo è stato un genio. Le figlie della guerra vivono Miss Italia come una favola. Per la settimana del concorso possono stare a Stresa, prima location, senza pagare nulla, tutto spesato”. Il concorso non sarebbe potuto nascere in precedenza, spiega Leprini: “il fascismo aveva vietato ogni sfilata in carne ed ossa. Non si poteva accettare il rischio di mettere in luce un’immagine di donna che usciva dagli schemi del regime”. Lo stesso Villani, proprio durante la guerra, aveva inventato l’antenato di Miss Italia, il concorso fotografico 5 mila lire per un sorriso. “Durante le mie ricerche negli archivi del concorso – racconta Leprini – ho trovato le cartoline che i soldati inviavano dal fronte per votare la loro Miss Sorriso preferita”. 

Le candidate a Miss Italia del 1955. “Napoli e Roma, Marche e Toscana, Umbria e Milano eleggono le loro candidate per il Concorso di Miss Italia”. Archivio Luce

Il corpo delle donne sulla passerella. Dagli inizi…

Villani, dietro alle sfilate, si pone un obiettivo: “Trovare la fidanzata ideale per i nostri figli”. L’accesso era aperto a tutte, ma per ognuna veniva stilata una pagella con le misure. “C’erano tecnici della misurazione, lavoravano con centimetro e bilancia. Le misure delle donne dovevano assomigliare a quelle della Venere di Milo” continua la ricercatrice. Una grande “ingenuità” accompagnava le prime partecipanti, “agli inizi la loro bellezza è molto naturale”. In una decina d’anni, però, l’attitudine cambia: si inizia a capire l’importanza del concorso per il Paese, e dunque il corpo diventa un capitale su cui investire: “Le famiglie fanno sacrifici perché le figlie diventino esperte della propria immagine – spiega la ricercatrice -. Alcune prendono lezioni di portamento, altre frequentano scuole per imparare a camminare sui tacchi, altre si sottopongono a diete e vanno dal chirurgo”. 

Il corpo delle donne, però, non deve fare troppo rumore. “La Miss Italia non poteva essere come le pin up americane. Il moralismo imperante nel nostro Paese non lo permetteva. La vincitrice doveva essere una donna modesta, bella fuori e bella dentro, non provocante e non esuberante, pudica”. Nonostante questa regola sottointesa, che condizionava le scelte dei giudici della kermesse, Miss Italia fa da palcoscenico anche a donne che non rispettavano gli standard delineati per la “buona moglie”. E in alcuni casi, proprio loro hanno un enorme successo. Un nome su tutti: Sophia Loren. L’attrice non ha mai vinto Miss Italia, ma il concorso è stato per lei trampolino di una carriera che è rimasta nella storia del nostro Paese. Insomma, spiega Leprini, “La Miss Italia non doveva rompere gli schemi, ma da quel palcoscenico il mercato pescava altro”. E ancora, “le donne avevano guadagnato così uno spazio pubblico, potevano uscire di casa”.  

Intorno al concorso nascono presto molteplici critiche. “I cattolici lo accusano di favorire la vanità femminile e di dare un’immagine della donna svilente, come fosse carne da macello – spiega la ricercatrice – e allo stesso tempo la sfilata si scontrava con l’immagine di donna pudica. Nel 1954 venne presentato addirittura un disegno di legge che avrebbe voluto abolire i concorsi di bellezza, che poi non è passato”. Alla fine degli anni ’50 si conclude il primo periodo di grande successo e popolarità del programma, che nel tempo subirà crisi e rinascite più volte.

… A oggi: “I concorsi di bellezza sono un esercizio di potere sulle donne”

Ma cosa significa porre uno sguardo esterno e giudicante sul corpo delle donne? Rispondono Martina Miccichè e Saverio Nichetti, attivisti e femministi, divulgatori con la loro pagina AlwaysIthaka e i loro canali social. “È importante contestualizzare il concorso di Miss Italia nel sistema in cui viviamo. Nella nostra società le donne sono sempre valutate in base a categorie che sono imposte dall’esterno. I concorsi di bellezza sono un’espressione di questa valutazione e gerarchizzazione” spiegano i due attivisti. “Il meccanismo dei concorsi di bellezza è infimo – continua Miccichè – ci sembra ci sia un’attenzione alle donne, alle loro possibilità, ma in realtà avviene il contrario. I concorsi servono solamente ad ascrivere le donne a uno sguardo esterno”. Uno sguardo, sottolineano i divulgatori, “che è maschile. Viviamo in una società patriarcale per cui lo sguardo di riferimento è quello. Si usano standard venduti come oggettivi, mentre la bellezza è soggettiva. Così, con la creazione di un’immagine di norma, si crea di conseguenza anche l’idea di non a norma, di non conformità – continua Martina -. Durante il concorso va in scena il poter votare la bellezza, e quindi anche l’inadeguatezza di tutte quelle che non vinceranno”. C’è anche un passaggio successivo: “I canoni qualitativi diventano anche valori morali, l’adesione a determinati standard fa sì che si attribuisca un valore alla donna. Si sfrutta il loro corpo per creare prodotti che non sono per niente rappresentativi delle donne stesse”.

I concorsi di bellezza, sottolineano Martina e Salverio, “sono sempre un esercizio di potere. C’è un sistema che dall’alto benedice una persona del titolo di essere la più bella, la più adatta. Magari il concorso apre a possibilità di visibilità, ma queste opportunità rimangono dentro un sistema che discrimina la donna”. 

Il problema è anche sul piano educativo: “Un sistema che insegna agli individui che la bellezza estetica ha un valore che può essere premiato e misurato è tossico – sottolinea Martina – insegna alle persone a percepire se stesse in base al valore che gli altri danno al loro corpo e quindi in base al desiderio che gli altri provano verso di loro”. Questo ha effetto nella quotidianità, a tutti i livelli: “Ad esempio, si insegna ai ragazzi che è giusto fare una lista delle ragazze più belle della scuola. Visto che si fa in televisione, lo puoi fare anche tu a scuola” conclude Saverio.   

Sfilata delle vincitrici di Miss Italia degli ultimi 30 anni.

Comazzi, “una sfilata di ragazze in mutande. I concorsi di bellezza dovrebbero non esserci più”. 

“Come programma, Miss Italia è una noia mortale”. A parlare è Alessandra Comazzi, giornalista e critica televisiva, che ha seguito tutti i più grandi cambiamenti della televisione degli ultimi anni.  “Nonostante alcune invenzioni di regia, più di tanto non si può cambiare. Il mandato del programma è inquadrare le gambe, il viso, il seno, il lato A, il lato B”. 

Comazzi andò a Salsomaggiore nel 2009 per seguire dal vivo il programma. “Nel dietro le quinte, la sensazione era di entrare in un sistema molto irregimentato – racconta oggi la giornalista – le ragazze non potevano avere il minimo contatto con la giuria, erano sorvegliate a vista”. Quell’anno a condurre era Milly Carlucci, “una grande professionista, molto gentile e rispettosa”. 

In alcuni suoi dettagli, spiega Comazzi, “Miss Italia non è completamente da trascurare. Per un periodo è andata di pari passo con i cambiamenti del costume femminile. Nel dopoguerra era un modo che le ragazze usavano per farsi conoscere, alcune riuscivano così a diventare attrici. La televisione aveva il ruolo di ufficio di collocamento. Nel 1996, poi, è stata eletta come Miss un’italiana di Colore, Denny Méndez. Fu uno spartiacque importante per l’epoca, era un segno del cambiamento dei tempi”. 

Miss Italia dovrebbe non esserci più? “Il messaggio che passa è quello di una sfilata di ragazze in mutande. Anche i giocatori di calcio sono in mutande, ma non li valutiamo per le gambe dritte o storte – dice la giornalista – Io sono convinta che i concorsi sulla bellezza non andrebbero più fatti, una diversa consapevolezza del ruolo femminile passa anche da qui”.