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La città dei 15 minuti a misura di tutt3

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A Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre 2015 si è svolta la XXI Conferenza delle parti dell’Unfccc, ossia la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In quell’occasione, i rappresentanti di 196 paesi hanno negoziato l’Accordo di Parigi. È un trattato internazionale giuridicamente vincolante che ha come obiettivo generale quello di mantenere “l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C” e “limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C” rispetto ai livelli preindustriali. Un anno dopo, Carlos Moreno, professore e direttore scientifico della cattedra in Imprenditorialità, territorio e innovazione della Business School della Sorbona, formula il modello della città dei 15 minuti. L’idea alla base è semplice: più vicino si vive ai servizi essenziali e migliore sarà la qualità della vita. Non solo. Più piccole saranno le distanze da percorrere e minore sarà l’impatto che le città e le persone avranno sull’ambiente. Non è una novità: prima di lui Jane Jacobs aveva criticato le città costruite dal dopoguerra in poi nell’opera “La morte e la vita delle grandi città americane”. L’attivista sosteneva che si stava affermando un modello incentrato sul possesso dell’automobile e il risultato erano ambienti urbani clusterizzati: da un lato i quartieri residenziali, dall’altro quelli dell’industria e del lavoro.

Ospite il 4 giugno al Campus Luigi Einaudi per l’incontro “La città dei 15 minuti. È davvero per tutte e tutti?” – organizzato dal Centro di Studi Urbani OMERO, dal dipartimento CPS di Unito, dai dipartimenti DAD e DIST del Politecnico di Torino e da Urban Lab -, Moreno ha evidenziato che nel 2024 al riscaldamento globale si aggiungono altre sfide: quella degli equilibri internazionali, in crisi dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina e in Palestina, e della crescita demografica della popolazione mondiale. “L’unica domanda da porci è in che tipo di città vogliamo vivere oggi e nel futuro”, ha detto riaffermando la necessità di un cambiamento radicale nello stile di vita delle persone.

Moreno ha sperimentato il modello su Parigi con il sostegno della sindaca della città Anne Hidalgo. Un esempio è il quartiere Clichy-Batignolles, oggi composto per il 50% da alloggi pubblici e per il 25% da abitazioni a prezzi inferiori alimentate per l’85% da energie rinnovabili. Costruito nei primi anni Duemila su 50 ettari di scalo ferroviario, Clichy-Batignolles è diventato un quartiere eco-friendly. Hidalgo ha abbracciato l’dea della città dei 15 minuti e nel 2021 ha presentato un piano per la capitale francese che prevede negozi e commerci locali, strade sicure per bambini e pedoni e l’apertura dei cortili scolastici nei fine settimana. “Ormai la bici è il mezzo di trasporto più usato a Parigi”, constata anche Moreno. Infatti, secondo uno studio dell’Istituto della Regione di Parigi, pubblicato il 4 aprile di quest’anno, l’11,2% degli spostamenti nella periferia interna avviene in bicicletta, contro appena il 4,3% di quelli in automobile. In cima al podio i movimenti a piedi con il 53,5%, seguiti da quelli con i mezzi pubblici, pari al 30%.

Le applicazioni del modello in Italia

Dal 2016 il modello della città dei 15 minuti ha fatto il giro del mondo, arrivando anche in Italia. Daniele Vaccai di Torino Stratosferica, un’organizzazione fondata da Luca Ballarini e Giacomo Biraghi, ricorda l’esperienza di “Piazze aperte” del Comune di Milano. Il progetto è stato sviluppato dall’Agenzia Mobilità Ambiente Territorio (AMAT), in collaborazione con Bloomberg Associates, la National Association of City Transportation Official (NACTO) e la Global Designing Cities Initiative. L’obiettivo, in linea con il modello di Moreno, è trasformare i quartieri come centri di aggregazione sociale e promuovere forme sostenibili di mobilità. Tra il 2018 e il 2023, “Piazze aperte” ha creato 22mila m2 di nuovo spazio pedonale.

Un altro esempio, “15 progetti per la città dei 15 minuti – Progetti di rigenerazione degli spazi urbani nei 15 Municipi” di Roma, sviluppato in collaborazione tra l’Assessorato all’Urbanistica e l’Assessorato a Decentramento, Partecipazione e Servizi al Territorio. “È un progetto che si gioca su una doppia dimensione: da un lato c’è una visione di medio-lungo termine che interessa i 15 municipi in senso ampio, dall’altro ce n’è una più a stretto giro che riguarda alcuni spazi specifici all’interno delle singole zone”, spiega Vaccai. “L’idea è quella di realizzare entro il 2026 un progetto generale concreto e, contemporaneamente, ripensare uno spazio nell’area amministrativa”. Nella maggioranza dei casi i luoghi individuati sono spazi pubblici, come piazze o zone in cui si trova un mercato, ma magari non dotate di alcune strutture.

Torino, una città dei 15 minuti?

Anche Torino, come altre grandi città europee e italiane, è una città spaccata. È quanto emerge dal lavoro di Viktoriia Tomnyuk, assegnista di ricerca del Dipartimento di Culture, politiche e società dell’Università di Torino. In particolare, non ha usato solo il modello della città dei 15 minuti, ma ha fatto riferimento anche al concetto di economia fondamentale. “È quella parte del sistema economico che si concentra sui servizi essenziali e che quindi non dipendono dal reddito che abbiamo, come l’acqua, l’energia elettrica e il riscaldamento”, spiega Tomnyuk. “Tutti questi settori hanno un basso profitto e fin dal loro concepimento erano principalmente gestiti da enti pubblici – spiega -. Oggi sono quasi tutti passati ad aziende private”.

Tomnyuk quindi ha creato un indice di economia fondamentale, considerando la dimensione abitativa ed educativa, così come quella sanitaria e dell’intrattenimento. Applicandolo poi alle otto circoscrizioni ha restituito una fotografia di Torino. La domanda alla quale ha provato a rispondere è stata: dove si trovano i servizi fondamentali e quanto sono accessibili? La risposta non l’ha stupita: la circoscrizione 1, insieme alla 8, presentano un quadro eccellente. “L’ideale è che tutte le aree analizzate siano così – commenta Tomnyuk -. Però poi si passa al secondo gruppo, formato dalle circoscrizioni 2, 3, 4 e 7 in cui i servizi ci sono, ma non sono così accessibili”. “Si arriva infine alle circoscrizioni 5 e 6 dove invece manca tutto in termini di accessibilità”, conclude.

Esistono, però, alcune esperienze che cercano di contrastare la gentrificazione della città. Un esempio, Precollinear Park. Un progetto di Torino Stratosferica che ha visto la trasformazione dell’area su cui correva la linea 3 del tram in un parco urbano temporaneo. “Con interventi molto semplici, a basso impatto economico e ambientale abbiamo dimostrato che è possibile, coinvolgendo le persone, immaginare un nuovo utilizzo per uno spazio inizialmente pensato solo per la mobilità”, racconta Vaccai. Si aggiungono anche il progetto di Corso Farini, dietro il Campus Luigi Einaudi, e lo spazio di Dorado nel quartiere Aurora. “Un’altra esperienza interessante è stata quella di Flashback. Ma anche quella degli Orti generali”, ricorda Vaccai.