Autonomia differenziata, cos’è e da dove nasce

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Ieri, venerdì 24 febbraio, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli è intervenuto al Consiglio Regionale del Piemonte per presentare e discutere il ddl Autonomia Differenziata. I punti oscuri sono molti e poco si sa di un provvedimento che potrebbe cambiare il panorama politico italiano.

L’autonomia regionale, una storia lunga 30 anni

La battaglia per l’autonomia regionale ha radici lontane. Il primo a invocarla fu Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, che propose inizialmente la secessione della Lombardia e del Veneto, per poi passare all’idea di uno stato federale.

La questione, nonostante il partito abbia mutato decisamente la propria pelle, è stata portata avanti anche dall’attuale segretario Matteo Salvini. Nel 2017 il leader del Carroccio, con l’appoggio dei due presidenti regionali leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia, ha lanciato due referendum consultivi in Lombardia e Veneto per conferire maggiore potere ai rispettivi consigli. In entrambi i casi il quorum (del 50%) venne superato e la vittoria del “sì” fu schiacciante (in Lombardia del 96,02% e in Veneto del 98,1%).

Dopo cinque anni di silenzio la questione autonomia torna in voga durante l’ultima campagna elettorale, che vede la vittoria della coalizione di centrodestra, di cui la “Lega” fa parte, piazzandosi al secondo posto all’interno della coalizione.

Il ddl Autonomia Differenziata: cos’è?

Il disegno di legge, promosso dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli (Lega), è ancora in una fase preliminare, nonostante sia già stato approvato dal Cdm (Consiglio dei Ministri) lo scorso 2 febbraio.

Il testo non è ancora definitivo e sono in atto alcune piccole modifiche da parte dei membri di Fratelli d’Italia e Forza Italia, non del tutto convinti della legge, ma consci che un rifiuto sull’autonomia potrebbe far saltare il governo.

Il ddl è un provvedimento permesso dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Sostanzialmente la Carta specifica che l’autonomia può essere attribuita a una regione con una legge dello Stato approvato dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa con le Regioni.

Un altro punto fondamentale sono i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni), richiesti anche dalla Costituzione. Si tratta di standard, che a oggi devono ancora essere stabiliti, che una Regione deve avere in un determinato settore per avere la competenza assoluta su di essi.

Le materie acquisibili sono 23, tra cui il commercio con l’estero, l’istruzione, la tutela della salute e le grandi reti di trasporto e di navigazione.

Le prossime fasi per l’entrata in vigore

Il governo ha scelto la strada del disegno legge (e non quella di una legge costituzionale), quindi i tempi non sono definiti e non ci sono scadenze da rispettare. Innanzitutto dovranno essere definiti i Lep (il governo ha parlato di circa un anno) e bisognerà raggiungere un ddl definitivo che dovrà essere approvato da entrambe le Camere. Nel frattempo si dovrà arrivare all’intesa tra Stato e Regioni. I cui tempi potranno essere molto lunghi.

Una volta superati questi step le regioni potranno avanzare la loro richiesta di autonomia (definita “intesa” nel ddl), che dovrà essere vagliata sia dalla Conferenza Stato Regioni sia dal Parlamento. Entrambi avranno 60 giorni per esprimere un parere di indirizzo. A questo punto essa tornerà in Cdm e sarà ritrasmessa alle Camere sotto forma di disegno di legge e dovrà essere approvata a maggioranza assoluta.

I punti critici

Ci sono alcuni punti critici nell’attuale ddl che hanno destato alcune perplessità. Ad esempio nell’articolo 7 viene scritto che il Presidente del Consiglio, il Ministero dell’Economia e la Regione possono, ma non devono, disporre verifiche per quanto riguarda il raggiungimento dei Lep e il loro monitoraggio.

Un’altra questione critica è il ruolo marginale del Parlamento. Non è chiaro se la sua valutazione dell’intesa (richiesta di una regione di avere l’autonomia su determinate materie) sia vincolante. Lo stesso meccanismo avviene durante lo stabilimento dei Lep.

In ultimo, sempre secondo il testo del disegno di legge, lo Stato può solo “promuovere” e non “assicurare” l’esercizio dei diritti civili e sociali nelle Regioni che non raggiungono i Lep.