La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Spicuglia e Agasso, per avere a che fare con le fonti ci vogliono “empatia” e “chiarezza”

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Empatia, responsabilità, ascolto. Per mettere nero su bianco una storia, un giornalista deve avere a che fare con le sue fonti: atto delicato, per cui serve essere attrezzati. Lo testimoniano Matteo Spicuglia e Domenico Agasso, ex studenti del Master di Giornalismo di Torino e autori rispettivamente dei libri “Noi due siamo uno” e “Il mondo che verrà”. 

L’incontro “Acoltare per dare voce”
del Master di Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Per mesi, Matteo Spicuglia ha ascoltato i racconti della famiglia di Andrea Soldi, ragazzo di quarant’anni morto per un TSO (trattamento sanitaria obbligatorio) violento a Torino nel 2015 ed entrato così tra i protagonisti della cronaca di quei giorni. “Noi due siamo uno” raccoglie le pagine del diario di Andrea: raccontano la sua schizofrenia dal dentro ma anche i suoi slanci di vita, amicizia, amore. Un libro che parte da una storia personale per farsi simbolo della situazione di tanti: in Italia, la schizofrenia riguarda 300mila persone. Famiglie che vivono la difficoltà della malattia spesso da sole, vittime di una stigma sociale ancora presente. 

“Coltivare la fonte, nel mio caso, ha voluto dire entrare in punta di piedi nel dolore di una famiglia” spiega Matteo. L’empatia è stata la chiave per incontrarsi, frutto di “un ascolto attento, partecipato”. Cruciale è stato il tempo: “Il lavoro è durato mesi e si è composto di attese, pazienza, flussi di coscienza. Se fossi arrivato dai famigliari con la pretesa di avere tutto e subito, il libro non avrebbe mai visto la luce”. C’è poi una giusta distanza che il giornalista deve saper mantenere: “I ruoli sono sempre molto chiari. Empatia non significa annullare il proprio pensiero, ma entrare in un confronto che tiene conto delle esigenze sia del giornalista che delle fonti”. Un confine che aiuta a non cadere nella retorica e nel sentimentalismo: “Bisogna avere il giusto rispetto per la storia: è lei che parla”. Matteo non si era mai occupato di malattie psichiatriche prima “ma un giornalista non deve avere paura di quello che non sa, non può essere un tuttologo”. L’ignoranza è un vuoto da colmare con incontri che arricchiscono e con un lavoro di studio certosino che ha previsto, nel caso di Matteo, la consultazione di professionisti esperti. 

Anche per Domenico Agasso l’empatia è una delle chiavi per entrare in relazione con una fonte. Che, per il suo ultimo libro, è stato Papa Francesco Bergoglio. “Il mondo che verrà” pone uno sguardo di speranza sul post pandemia: il Papa parla di fede e di Dio, ma anche di temi economici, sociali, ecologici. Interviste fatte principalmente al telefono. Il libro è arrivato “quando il rapporto di fiducia con il Papa era già molto saldo”. Come precedenti, due interviste rilasciate a Domenico in modo esclusivo. Forse, due prime prove di fiducia: “Modificando la sfumature di un paio di parole in quelle interviste, avrei potuto pubblicare qualcosa che gridava allo scandalo”. Un possibile vanto per il giornalista, ma un netto svantaggio per il rapporto di fiducia con la fonte, che spesso si costruisce “con i dettagli e nel tempo: porta frutti a lungo termine”. 

Domenico è un vaticanista, mestiere che si evolve per stare al passo con la realtà. Oggi la cristianità non è più preminente e il giornalista che si occupa laicamente di temi religiosi deve essere capace di fare una “sintesi tra precisione del contenuto e comprensione per un pubblico laico”. In questo, l’atteggiamento di Papa Francesco ha aiutato: la decisione di rilasciare interviste a giornali privati e laici è stato un modo per “farsi sentire ancora più vicino alla gente”. In Vaticano tutti i comparti della comunicazione sono stati riuniti in un unico dicastero, ora tutto è più strutturato. 

Che si tratti del Papa, della famiglia di Andrea Soldi o di un’altra fonte, il compito del giornalista è sempre lo stesso: “Avvicinarsi a fenomeni complessi per provare ad interpretarli”. Farlo con empatia e responsabilità è frutto anche di un continuo “allenamento”.