Peppino e Felicia: testimoni di libertà

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9 maggio 1978. L’Italia è sconvolta dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani a Roma, dopo 55 giorni di sequestro da parte delle Brigate Rosse. A più di 400 km di distanza in linea d’aria, nella cittadina di Cinisi, nel palermitano, mentre il Paese è concentrato su Moro, viene ucciso anche un ragazzo di nome Peppino Impastato. Oggi a 45 anni di distanza è molto forte il ricordo di Peppino, un ragazzo originario di una famiglia mafiosa che scelse di andare contro il proprio padre e contro la cosca che controllava la città: prima di tutto con Radio Aut, una radio libera attraverso la quale Peppino non temeva di far sentire la propria voce, e poi anche con la decisione di entrare nel mondo della politica locale. Proprio per questi motivi fu ucciso nella notte del 9 maggio ed è per questo che ancora oggi rimane un simbolo della lotta contro la mafia e un simbolo di libertà. La storia di Peppino Impastato però non si esaurisce nella sua figura: i suoi amici, i compagni di Radio Aut, lottarono fin da subito contro i depistaggi nelle indagini sulla sua morte e contro l’omertà delle altre persone. Così fece anche la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, che si costituì parte civile nel processo sulla morte del figlio.

Nel 2015 la compagnia teatrale Tedacà ha scelto di dedicare uno spettacolo proprio alla figura di Felicia Bartolotta, intitolato “Il mare a cavallo”. Da allora hanno continuato a portarlo in scena – tranne durante la pandemia – e come nel quarantennale della morte di Peppino, oggi assume un significato ancora più importante. Ne abbiamo parlato con l’attrice protagonista Antonella Delli Gatti, con la quale abbiamo anche affrontato il tema dell’eredità lasciata da Felicia e Peppino, che ci accompagna ancora oggi.

Come è partita l’idea di questo spettacolo? E come mai la scelta di concentrarsi non su Peppino Impastato ma sulla figura della madre?
L’impulso è nato dai giovani e dal comune di Volpiano, che ogni anno organizzava un festival “No mafia”. Un anno invitò Salvo Vitale, amico di Peppino. I giovani rimasero colpiti dalla figura di Peppino e della madre, soprattutto da Felicia. Una delle ragazze che era nell’organizzazione mi conosceva e mi chiese se volessi fare uno spettacolo su Felicia Bartolotta. “I cento passi” e molti libri, non parlano mai del punto di vista della madre, di che cosa sono stati quei 24 anni di lotta affinché venisse riconosciuta l’innocenza di Peppino, perché era stato accusato di essersi fatto saltare in aria nell’atto di compiere un attentato terroristico. Lo spettacolo è nato quindi da un impulso di giovani. Io ho conosciuto poi qui a Torino un drammaturgo palermitano e volevo che il testo fosse scritto in dialetto. E infine la regia è di Luca Bollero che è stato uno dei miei maestri e così ho scelto la compagnia.

In cosa risiedeva la forza di Felicia Bartolotta?
Andando avanti mi rendo conto di quanto sia importante parlare di lei; parlare di una donna in un contesto come quello siciliano, sposata ad un mafioso e raccontare il dolore e la forza di questa donna. Ha parlato con i giovani e continuato a raccontare il pensiero di Peppino. A me ha colpito fortemente che, nonostante i gravi depistaggi da parte dello Stato, lei ha sempre scelto lo Stato. Sarebbe stato più facile chiedere aiuto ai parenti. Lei invece ha scelto di costituirsi parte civile e portare avanti la sua battaglia. Tutto questo, anche per me, è un grande esempio dello scegliere da che parte stare.

Il vostro spettacolo è stato portato in molti teatri nel corso degli anni e anche nelle scuole. Com’è stato il riscontro in quest’ultime?
Lo spettacolo è stato portato in vari paesi d’Italia e oltretutto recitando in dialetto siciliano, anche se in parte tradotto, perché Felicia Bartolotta era analfabeta e parlava in dialetto. Questa poteva essere una difficoltà ma per i ragazzi è stato anche un modo per sentire più vicino e immediato lo spettacolo. Il dialetto in tutta Italia ha qualcosa di immediato. I ragazzi prima di tutto la sentono come una violenza enorme: questo ragazzo di trent’anni ucciso dalla mafia perché cercava di risvegliare le coscienze dei contadini e prendeva in giro la mafia stessa.

E in cosa vede l’importanza di portare lo spettacolo nelle scuole?
Per me è importante parlare di questi temi nelle scuole perché si legano anche a una cultura che è simile a quella mafiosa, una cultura che si basa sulla legge del più forte, sulla competizione e sull’apparire. I temi che portava Peppino erano temi che riguardavano la giustizia sociale, cercava veramente di far emergere le connivenze tra il potere politico e la mafia. A scuola lo capiscono bene per le relazioni di potere che ci sono anche tra i ragazzi stessi, quando per esempio si abusa del proprio potere nei confronti del più debole. I ragazzi poi rimangono molto colpiti anche dalla figura di una madre che perde un figlio. A volte inoltre ci sono dibattiti interessanti che aprono delle questioni partendo dalla domanda “chi glielo ha fatto fare?”. Uno potrebbe non rischiare mai nulla per la paura di mettersi contro al potere e la paura è un’altra questione che spesso viene fuori in questi casi.

Quest’anno è il 45° anniversario della morte di Peppino impastato. Quanta importanza ha mettere ancora in scena questo spettacolo, soprattutto oggi?
Nel quarantennale questo spettacolo è stato fatto a Cinisi, oggi continua a essere importante perché la mafia continua ad esistere ed è anzi ancora più forte in un certo senso. Non è la mafia che spara e che uccide ma non vuol dire che non ci sia. Ha ancora più interesse a lavorare senza troppa visibilità. E non è poi un fattore locale, in Sicilia o Calabria.

La forza di questo spettacolo quindi sta anche nel portare fuori la mafia da questa invisibilità?
Esatto, anche in questi mesi nella zona di Volpiano mi hanno riferito che ci sono stati diversi sequestri. Molte scuole si interessano di questi temi. Sento che c’è un bisogno reale e più forte rispetto ad anni fa.

E quali sono gli insegnamenti che ancora oggi ci danno Peppino Impastato e Felicia Bartolotta?
Posso rispondere per tutti e due credo. C’è un passaggio dello spettacolo in cui a chi dice “Non è cambiato niente” Felicia risponde “Non è vero. Tutto è cambiato”. Magari i cambiamenti sono piccoli e noi non li vediamo. Spesso è semplice dire che le cose non cambiano e tanto vale non farle. Lei, e anche Peppino nonostante avesse ben chiaro la direzione in cui stava andando, hanno continuato a combattere e a parlare. Credo che sia importante non perdere la fiducia nel fatto che le cose possono cambiare, anche se ci sembra tutto perso. Questo per me è l’insegnamento. Felicia ha detto in un’intervista “La mia vita è stata come il mare a cavallo, però noi la testa non l’abbiamo mai calata”. E questo ci insegna anche a impegnarci a non far sentire sole le persone che ce la mettono tutta per cambiare le cose, perché spesso viene buttato il fango sulle persone che lottano.

Foto di: Valentina Mignano