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Nessuno salva i lavoratori Embraco

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Una vicenda lunga ormai tre anni e mezzo e tre diversi governi, ancora senza risoluzione. Si tratta del destino incerto dei 406 lavoratori dell’ex Embraco, società di refrigerazione in fallimento a Riva di Chieri. Le proteste in piazza si susseguono ormai da mesi, ma i risultati non arrivano. Nella giornata del 15 febbraio è stato confermato l’avvio della procedura di licenziamento collettivo, stabilito dalla curatela fallimentare di Ventures Production – i precedenti proprietari dello stabilimento – in seguito all’incontro con Fim, Fiom, Uilm e Uglm di Torino. Le organizzazioni sindacali fanno adesso appello al nuovo ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, e ad Andrea Orlando, neo ministro del Lavoro, per fissare un incontro nel quale discutere di un’eventuale proroga degli ammortizzatori sociali tramite ricorso ai fondi Covid. Per il sindaco di Chieri, Alessandro Sicchiero, è prioritario salvare i posti di lavoro e garantire una continuità di reddito per i lavoratori e le loro famiglie. In soli cinque mesi, infatti, allo scadere della cassa integrazione, si ritroveranno privi di entrate.

Si prospetta inoltre sempre più incerta la fusione con l’Acc, azienda bellunese che conta circa 300 addetti. Il progetto Italcomp, annunciato lo scorso settembre dall’allora sottosegretaria al Mise Alessandra Todde, era stato accolto con grande speranza e sembrava pronto a essere messo in atto. Si tratterebbe della realizzazione di un nuovo polo industriale per la produzione di compressori per elettrodomestici, situato tra Torino e Belluno. Non sarebbe un salto nel vuoto: la centralità che il componente occupa nella filiera degli elettrodomestici permetterebbe di rendere primario il polo italiano in Europa e di far concorrenza alle aziende cinesi, attualmente leader nel settore. La proposta era stata supportata lo scorso novembre dal Ministero dello Sviluppo Economico, che preannunciava l’investimento di 56 milioni di euro entro il 2024 per il rilancio di entrambi gli stabilimenti, attraverso Invitalia. All’assistenzialismo, fatto di misure riparatorie come gli ammortizzatori sociali, si sostituiva l’idea di una spesa pubblica che favorisse lo sviluppo industriale. 

L’entusiasmo durò, tuttavia, poche settimane. Anche l’azienda bellunese non attraversa un periodo felice: pur rimanendo attiva, non ha ancora risolto i problemi di liquidità che ne mettono a rischio la continuità produttiva. Ma il finanziamento di 12,45 milioni di euro richiesto lo scorso 3 agosto per la messa in sicurezza dell’Acc, che dovrebbe essere erogato da tre istituti di credito, non è ancora stato autorizzato. La Direzione Generale alla Concorrenza della Commissione Europea prende tempo e rinvia la scadenza, inizialmente prevista per dicembre, di altri 150 giorni. Anche la ricerca di finanziamenti privati si fa problematica dopo il rifiuto delle banche, che si tirano indietro nonostante la garanzia al 90 percento della Sace – la società di Cassa depositi e prestiti – prevista dalle norme Covid.

A complicare il quadro si è aggiunta la crisi di governo, che ha reso la vicenda ancora più precaria. I lavoratori hanno quindi fatto appello tramite lettera al nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi, chiedendone l’intervento per trovare i finanziamenti che gli istituti di credito non sembrano voler concedere e sciogliere il nodo che interessa oltre 700 persone.