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Migranti, l’intoppo che impedisce di ottenere un lavoro

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Per molti dei migranti regolari che si trovano sul territorio di Torino, trovare un lavoro è la necessità più urgente. A volte l’impiego c’è, e anche la disponibilità ad assumere con un contratto regolare. Ma nelle ultime settimane, un intoppo burocratico ha stroncato per alcuni la possibilità di ottenere il lavoro.

Danila Lusso è parte del gruppo Famiglie Accoglienti. Educatrice e mamma, negli anni ha ospitato a casa diversi migranti, che si sono fermati con la sua famiglia per periodi di tempo variabili. Si occupa anche di accompagnare i ragazzi nella ricerca di un lavoro. Ed ecco l’intoppo burocratico: “La maggior parte dei migranti che regolarmente sta sul territorio, ha in mano soltanto una ricevuta del proprio permesso di soggiorno” spiega. Un documento che molti datori di lavoro ritengono valido e che, dice anche la Questura, è sufficiente per stipulare un contratto di lavoro. “Ma il panorama è molto differenziato. Alcune agenzie del lavoro vogliono il permesso di soggiorno vero e proprio, rilasciato della Questura. Oppure le Istituzioni preposte dovrebbero attestare che la ricevuta del permesso di soggiorno è valida anche a fini lavorativi”. Per la Questura non è possibile procurare al migrante in tempi brevi il documento richiesto. Così, la possibilità di avere un lavoro sfuma. “Più di un ragazzo ha avuto questa terribile esperienza: il lavoro era vicino, i colloqui erano già stati fatti, ma poi non è stato possibile concludere il contratto”. 

Tra quelli che si sono trovati in questa situazione, c’è anche chi è riuscito a trovare una soluzione. M. ha 42 anni e viene dalla Guinea, dove era ingegnere. In Italia ha lavorato spesso come badante. Pochi giorni fa, M. riceve un’offerta di impiego presso una nuova pizzeria. Ma i datori di lavoro gli chiedono di presentare anche il permesso di soggiorno stampato dalla Questura. “Noi gli abbiamo raccontato che cosa era successo con gli altri ragazzi” racconta Danila “Ma lui ha deciso di provarci lo stesso”. M. va in Questura e chiede il documento. “Gli hanno detto che non sarebbe stato possibile e lo hanno invitato ad allontanarsi dall’ufficio e di ripresentarsi in seguito, con un nuovo appuntamento”. Ma M. rimane: quel documento è la sua unica chance per ottenere il lavoro. “Se perderò questa possibilità, cosa farò? Dovrò trovare modi illeciti per lavorare?” chiede M. Le sue domande aprono uno spiraglio tra gli impiegati. “Dopo alcune ore ho ricevuto una fotografia con il documento chiesto dai datori di lavoro, che quest’uomo è riuscito a ottenere con la sua tenacia” conclude Daniela. “A volte insistere in modo educato e pacato può essere vincente”. M. ha già iniziato a lavorare in pizzeria. 

Famiglie Accoglienti

“Il nostro gruppo si è formato dopo i decreti sicurezza di Salvini” spiega Danila. “Volevamo testimoniare che crediamo nei diritti umani e nella possibilità di accogliere in modo equo le persone”. Gli iscritti al gruppo sono 60, le famiglie più attive una ventina. Molte di loro decidono di accogliere in casa un migrante. Possono essere progetti più ufficiali – come rifugio diffuso, che il Comune di Torino finanzia – o più informali. Danila ha ospitato per otto anni Enaiatollah Akbari, il protagonista del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Ora nella sua famiglia è arrivato un ragazzo iracheno. I percorsi sono diversi per tutti: “C’è da mettere in conto anche questo: si spera di fare un bellissimo cammino, e si fa, ma non si sa se si arriverà al risultato sperato”. Per tutti, l’augurio è l’autonomia. “Le circostanze sono sempre molto complesse, a volte c’è un malessere molto grande e sofferenze che chiedono tanto tempo per rimarginarsi”. Il gruppo si è attivato anche dopo il decesso di Moussa Balde. “Vogliamo che rimanga vivo l’interesse su queste situazioni”.