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Giornata mondiale contro l’omofobia: anche le parole hanno un peso

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Le parole non sono uno scherzo, ma servono a perpetuare un modello di società e linguaggio ostile e omofobo. Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, intervistato in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia di ieri, 17 maggio parte dal linguaggio come forma di discriminazione e attacco nei confronti della comunità LGBTQ+.

Esattamente trentun anni (e un giorno) fa, l’omosessualità veniva definitivamente eliminata dall’elenco delle malattie mentali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Era il 17 maggio 1990. E proprio il 17 maggio è la data scelta dal 2004 come ricorrenza per la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Da allora, le istanze delle comunità Lgbt+ di tutto il mondo si sono progressivamente inserite nel panorama sociale globale, in maniera sempre più marcata e pervasiva: ad oggi, la Giornata viene celebrata in oltre 130 Paesi, inclusi 37 in cui le relazioni omosessuali sono illegali. Un traguardo che però fa i conti con ancora troppi episodi di violenza, sia essa verbale, psicologica o fisica, che hanno come movente l’orientamento sessuale o l’identità di genere.

L’ultima ricerca dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali (Fra) effettuata prima della pandemia, nel 2019, testimonia il modo in cui le persone Lgbt vivono la propria vita e quanto si sentono liberi di poter essere sé stessi. I dati relativi all’Italia sembrano essere poco confortanti.

Il 62% delle persone Lgbt+ dice di evitare di prendere per mano la persona che ama, per paura di subire un’aggressione fisica o verbale. Il 30% non frequenta luoghi pubblici per paura di essere aggredito. Il 23% dichiara di aver subito discriminazione sul luogo di lavoro. Il 32% dice di aver subito un episodio di molestia nell’ultimo anno. L’8% dichiara di aver subito un’aggressione fisica negli ultimi 5 anni. La ricerca specifica anche che solo una persona su 6 aveva denunciato episodi di violenza. “Siamo di fronte a un under-reporting enorme di questo fenomeno – spiega Piazzoni – legato anche all’inesistenza di una legge che punisca l’aggressione omotransfobica”.

Come nasce la giornata mondiale contro l’omobitransfobia?

“La data del 17 maggio è stata sancita come Giornata internazionale contro l’omobitransfobia, per ricordare il momento in cui, nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità depennò l’omosessualità dall’elenco malattie mentali. Sembra passato un secolo, ma in verità sono trascorsi solo 30 anni. Dal 2004 è stata istituita ufficialmente questa giornata, ricordata ogni anno in tutti i paesi civili del mondo. Da allora è stato istituito un momento per riflettere, per fare il punto delle discriminazioni, delle marginalizzazioni che persistono in moltissimi paesi, tra cui il nostro, e per capire come si può prevenire ed evitare che ci sia una discriminazione basata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone”.

Qual è la situazione attuale relativa agli episodi di violenza contro omosessuali, transessuali e bisessuali?

“Per quanto riguarda la situazione nel nostro paese, Arcigay fa un rapporto ogni anno in occasione del 17 maggio. Ma è un rapporto estremamente parziale e superficiale riguardo la situazione: noi cerchiamo di registrare i fatti di cronaca violenta verso le persone Lgbt che finiscono sui giornali.

Parliamo sempre di un caso ogni 3 giorni, senza considerare purtroppo la quotidianità di milioni di persone che subiscono offese, insulti, odio, marginalizzazione, discriminazione su luogo di lavoro e scuola. Sono condizioni che rimangono nel sommerso ma che hanno un impatto enorme, che emerge attraverso le statistiche. Per essere un paese occidentale, l’Italia non se la passa benissimo.

In tutte le statistiche c’è sempre un’approssimazione enorme del fenomeno. È per questo che serve una legge: fino a che l’omofobia non diventa un reato specifico, un’aggravante specifica di reato, noi non avremo statistiche ufficiali di un fenomeno che sappiamo essere enorme”.

Come si può lavorare sul proprio linguaggio in modo da non perpetrare, anche involontariamente, gli stereotipi omobitransfobici?

“Si è verificato un progresso, nonostante tutto. La situazione era ben diversa 10 o 30 anni fa: la percezione e l’ostilità dell’opinione pubblica era maggiore rispetto ad ora. Dopo 5 anni dall’approvazione della legge sulle unioni civili qualcosa è cambiato. C’è stato un impatto, anche culturale. Le persone hanno scoperto che coloro che appartenevano alla comunità Lgbt erano il vicino di casa, l’autista, il medico, il figlio, il nipote.

Per quanto riguarda il fattore specifico del linguaggio, il non utilizzo di un linguaggio d’odio o discriminatorio è ancora in corso d’opera. Per ironia, proprio in coincidenza con le discussioni delle leggi che riguardano questi crimini, a volte, vediamo il peggio dalla nostra classe politica. Questo è un altro problema: non si può dire qualunque cosa salti in mente, perché si crea un danno enorme alle persone.

Ne è emblematico l’esempio del bullismo nelle scuole, che si manifesta, nella maggior parte dei casi, in una violenza psicologica e verbale. Vediamo quanto male facciano determinate parole e determinati linguaggi verso un ragazzo, che si sente isolato e marginalizzato dalla classe, bullizzato e schernito perché non corrisponde al prototipo del “machoman”. Questo crea danni enormi e stress continuo in quel ragazzo, che magari non ha nemmeno una comfort-zone a casa, non ha un dialogo con i genitori. Quando si verifica la tragedia, spesso, si assiste alle lacrime di coccodrillo di presidi, docenti, personale scolastico e governo. Mai una volta che si cerchi di prevenire questi fenomeni con un discorso serio sul rispetto, sull’inclusione vera e strutturale nelle scuole.  

Il linguaggio incide moltissimo, perché rappresenta lo strumento con cui si crea la cultura. Essere abituati a dare del “frocio”, del “culattone” al compagno di classe o al collega, anche solo per scherzo, significa perpetuare un modello di società, di linguaggio, di ambiente ostile e omofobo, sul quale si sta facendo un lento lavoro. Per questo serve la legge Zan. Il problema della marginalizzazione e della discriminazione la risolveremo in futuro arrivando a pensare “Non è un problema, non è un fattore dividente!”. Se le generazioni future si interfacceranno con un mondo diverso, non si perpetueranno gli stereotipi della generazione precedente”.

Data l’impossibilità di muoversi, durante l’ultimo anno di pandemia quali sono state le modalità con cui si è portata avanti la sensibilizzazione sul tema? Quali sono stati i momenti più importanti in Italia e nel mondo?

“La nostra prima attività è stata la salvaguardia della comunità Lgbt, perché il lockdown, che ha chiuso in casa molti nuclei familiari ha fatto emergere ancora di più il problema dell’omofobia e della discriminazione. Il fatto di non poter uscire fa impazzire un adolescente normale, figuriamoci cosa può fare a un ragazzo discriminato e marginalizzato. Noi di Arcigay abbiamo registrato un’esplosione delle richieste di aiuto o di colloquio per evadere dall’ambiente domestico. Serve molto tempo, e questa pandemia che ha rinchiuso tutti in casa con le proprie paure e i propri silenzi ha creato situazioni infernali. La prima cosa, da parte di Arcigay, è stata dare conforto a chi lo chiedeva. Dopodiché abbiamo trasferito online, per intero, la nostra attività associativa. Un sistema che funziona fino a un certo punto, ma che ci ha permesso comunque di raggiungere più persone di quanto facevamo prima fisicamente con iniziative in giro per le città. Non smetteremo di farlo, perché il nostro lavoro ha una sua efficacia. Torneremo a fare quello che facevamo prima, con la speranza di ritornare alla normalità il prima possibile”.