“Quello che è successo sabato, per me, è stata una strumentalizzazione politica. Dico politica perché ho letto dichiarazioni che non corrispondono alla realtà. Non è la Regione che ha dato queste case ai profughi. Queste case sono state date ai profughi nel dopoguerra”. A Torino, la cerimonia commemorativa davanti al monumento dedicato alle vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nella Giornata del Ricordo inizia con parole dure. Antonio Vatta, presidente della sezione torinese dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (AnVGD), inizia così il suo discorso nel cimitero monumentale. “Quelle case sono da sempre case dei profughi: quando sono state dismesse, abbiamo scritto alla Prefettura, al Comune e alla Regione. L’Associazione ha sempre fatto presente che quei 40 alloggi liberi erano destinati ai profughi e non ad altri cittadini”.
Le dichiarazioni di Vatta fanno riferimento alle parole dell’assessore regionale alla Casa, Maurizio Marrone, che nel weekend, nel villaggio Santa Caterina, quartiere di case popolari nella zona Lucento-Vallette, aveva annunciato l’assegnazione di alcuni alloggi agli esuli istriani e ai loro discendenti. Nello specifico otto appartamenti sono stati assegnati tramite bando ad alcuni discendenti di italiani fuggiti all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Ma quelle case, liberate progressivamente da famiglie di esuli, erano solo da riassegnare. “Dal 2011 – ha detto Vatta – ho segnalato a tutte le istituzioni la disponibilità, senza riscontri. Il rischio di degrado era noto. Le case sono state riassegnate solo grazie all’iniziativa dei profughi, perché l’accordo tra enti non è mai stato portato avanti. Questi alloggi non sono mai stati della Regione, ma dei profughi”, ha concluso Vatta. Insomma, per Vatta, Marrone si è fatto pubblicità con qualcosa di cui non aveva merito. Anzi.







Sul fronte istituzionale, nessuna replica diretta alle accuse di Vatta. L’assessore comunale al Commercio, Paolo Chiavarino, ha preferito riportare l’attenzione sul ruolo storico della città di Torino nell’accoglienza degli esuli giuliano-dalmati, ringraziando pubblicamente il presidente dell’AnVGD torinese “per tutto ciò che ha fatto da quando, ancora bambino, è approdato in questa città”. Un percorso – ricorda Chiavarino – segnato da una doppia condizione di sradicamento, “esuli dalle proprie case ed esuli dalla propria patria”, e dalla successiva ricostruzione favorita dal tessuto industriale torinese e dall’accesso progressivo agli alloggi popolari, dalle case Fiat del Lingotto e di Mirafiori fino a Falchera. Torino, ha sottolineato, è stata “un crocevia fondamentale, non solo culturale ma anche economico e occupazionale”.
Da qui il riconoscimento al contributo dato dalle comunità istriane, fiumane e dalmate. “Noi siamo loro debitori – ha concluso – per la sofferenza che hanno subito, per l’insegnamento che ci hanno dato e per ciò che hanno restituito alla nostra comunità”. Rivolgendo lo sguardo alla memoria storica nazionale, Davide Nicco, presidente del Consiglio regionale del Piemonte, sottolinea il valore unificante della ricorrenza: “Il 10 febbraio è diventata una festa importante, una festa condivisa, una festa che deve unire tutte le forze politiche italiane democratiche per riconoscere e rendere onore a quelle famiglie che vissero questo dramma, che definirei il più grande dramma dell’Italia del ‘900”. Una speranza forse, che si collega alle parole di Vatta: “È ora che si smetta di strumentalizzare gli eventi e la memoria degli esuli”.