Camionette della polizia e decine di agenti a ogni angolo della strada. Questa è la situazione nel quartiere di Vanchiglia, a Torino, nei pressi del centro sociale Askatasuna, sgomberato dalle forze dell’ordine il 18 dicembre. “Prima di tutto vogliamo denunciare quello che vede, l’occupazione militare del quartiere” spiega lo psichiatra Ugo Zamburru, uno dei cittadini del comitato dei proponenti il patto per Askatasuna. Davanti all’ingresso murato del centro sociale, oggi alle 13,30 si è riunito il comitato. “È inaccettabile che in una città ci possa essere l’occupazione militare di un quartiere, anche adesso che non ci sono manifestazioni. Non c’è niente che giustifichi questo presidio militare permanente, per questo chiediamo che venga tolto – continua Zamburru -. È una misura immotivata e che tutta la popolazione del quartiere, e non solo, si ritrova a subire”.
Dopo lo sgombero del centro sociale pesa l’incertezza sul futuro dello stabile di corso Regina Margherita 47. I consiglieri comunali sollecitano un bando pubblico “trasparente e aperto alle realtà del territorio”. “Il bando è già qui – ribadisce Zamburro – noi offriamo autogestione, lavoro gratuito, il comune non deve spendere niente. Peraltro avevamo anche cominciato una crowdfounding, è bene ricordarlo. Questo immobile o viene restituito alla città attraverso l’autogestione concordata con il comune oppure, tra bandi e non bandi, fra 20 anni sarà ancora così”.
“C’è stato già un grosso lavoro di preparazione dello stabile – chiarisce Lorena Sancin, sempre del comitato – in modo da poter lanciare una campagna di crowdfounding che attraverso spettacoli, conferenze, aveva lo scopo di mettere insieme i fondi necessari per ristrutturarlo”. “I ragazzi del centro sociale si sono sempre occupati di pagare le bollette dell’edificio – presegue Sancin –. Chiediamo quindi di riaprire il confronto perché pensiamo che avere uno spazio per un centro sociale sia un diritto non solo di Askatasuna ma della città”.
Anche per questo i cittadini del comitato dei proponenti del patto per Askatasuna hanno fatto richiesta di accesso agli atti a comune, questura e prefettura con lo scopo di verificarne la legittimità. L’amministrazione ha trenta giorni per rispondere o rifiutare la richiesta.
Un dibattito mai morto
L’Askatasuna, dal basco “libertà”, nasce in uno stabile in corso Regina Margherita 47 nel 1996, quando è stato occupato abusivamente. Si tratta di uno dei cosiddetti Csoa, i centri sociali occupati autogestiti nati in Italia negli anni Ottanta. Da allora attorno a questi luoghi infatti gravitano non solo attivisti ma anche la cittadinanza che condivide valori come l’inclusione sociale e l’accessibilità dei servizi. È sempre stato un presidio di comunità e aggregazione nel quartiere di Vanchiglia e spesso al centro dei riflettori, in particolare in relazione al movimento No Tav.
In particolare negli ultimi anni Askatasuna è tornato al centro del dibattito tra chi voleva che fosse sgomberato e chi voleva tutelarlo. A gennaio 2024, il Comune di Torino e gli attivisti avevano iniziato un processo di legalizzazione del centro. La proposta era arrivata da un comitato cittadino composto da tutte le persone che sostenevano l’importanza del centro sociale nella vita culturale della città. L’amministrazione, guidata dal sindaco Stefano Lo Russo, aveva quindi avviato un percorso per rendere l’edificio un bene comune. Si trattava di un patto di collaborazione tra l’ente pubblico e la cittadinanza per la gestione condivisa e la rigenerazione dello spazio la cui durata prevista era di cinque anni.
Tante mobilitazioni e un futuro incerto
“Crediamo ancora nel percorso del patto per Askatasuna” ha affermato il sindaco di Torino rilanciando il progetto di collaborazione per Askatasuna dopo aver incontrato alcuni dei garanti dell’accordo con il centro sociale. In precedenza, dopo la perquisizione che ha portato allo sgombero, Lo Russo aveva dichiarato cessato l’accordo per via del “mancato rispetto delle condizioni”. Il patto prevedeva il rispetto dell’ordinanza numero 1526 del 23 marzo 2024 dove si disponeva “l’interdizione all’accesso a tutti i piani del fabbricato”. Durante la perquisizione effettuata il 18 dicembre dalle forze dell’ordine, all’interno del centro sociale sono stati trovati sei attivisti ai piani superiori dell’edificio.
Oltre alla manifestazione che ha seguito lo sgombero, ci sono stati altri presidi e cortei della cittadinanza a sostegno di Askatasuna, con una forte militarizzazione del territorio e agenti in tenuta antisommossa e idranti, e scontri con le forze dell’ordine, in particolare il 20 e il 31 dicembre.
Le prossime mobilitazioni sono previste per il 17 gennaio, quando è in programma un’assemblea cittadina, e in occasione del corteo nazionale del 31 gennaio. “Abbiamo iniziato questo lavoro insieme al comune di Torino – conclude Sancin – sono stati fatti rilievi, sono stati fatte ispezioni, è stato fatto di tutto in modo da poter rendere agibile lo stabile, in modo da ristrutturarlo e renderlo aperto alla cittadinanza. E poi il 18 dicembre è successo quello che tutti sapete”.