La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Chiamate noi: il Covid non ferma i professionisti dello spettacolo

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Il mondo della cultura e dello spettacolo sono stati tra i primi a chiudere le porte e fra i pochi che continuano a tenerle ancora chiuse. Un anno senza eventi, per molti un anno senza lavoro, senza prospettive.

Dietro le quinte, lontano dai riflettori, è sulle loro spalle che si regge l’impalcatura del sistema spettacolo: i tecnici. La selvaggia incertezza del 2020 non li ha paralizzati. È l’errore più grande che si può fare in momento di criticità: rimanere incastrati in linee di condotta senza spostare la rotta quando le circostanze cambiano. I professionisti del mondo dello spettacolo hanno abbracciato l’incertezza facendo una scelta di flessibilità adattativa. Un po’ perché l’elasticità fa parte del Dna del mestiere. Il mondo dell’industria culturale creativa è per natura intermittente. Secondo i dati Inps, i lavoratori a tempo determinato rappresentano il 70% della categoria. Chi opera nel settore ha contratti atipici, che fanno riferimento ad un Regio decreto degli anni 30’. Lo stesso dei raccoglitori di mandorle e dei silvicoltori: si accende solo nei giorni di lavoro attivo. La discontinuità è insita nella professione ma va difesa sul pericoloso confine che rischia di abbruttirla, trasformandola in precarietà. Sono oltre 327 mila i lavoratori dello spettacolo messi a rischio. Un miliardo e 500 milioni di euro persi tra febbraio e settembre, come segnala Assomusica. 4000 concerti sospesi. 16 grandi festival cancellati. Un calvario, quello di tecnici audio, macchinisti, allestitori, backliner, che si reinventano, per sopravvivere, sfruttando le competenze specifiche della professione.

Pensare di ripartire con la pandemia in corso è un progetto ambizioso, ma si può tentare. A questo è dedicata la nostra inchiesta di comunità che sta affrontando le conseguenze del Covid-19 su alcuni settori chiave come turismo e commercio, intrattenimento, sport e spettacolo. E per questo siamo alla ricerca di storie.

La storia di Emilio e Chiamatenoi

Una resistenza che nasce dalla proposta di Emilio Simeone, tecnico dello spettacolo e ideatore della piattaforma Chiamatenoi. “Nasce subito, come risposta all’emergenza. Ero in tour, era marzo, e tutto viene annullato. Sentivo le persone stupite perché in Cina tiravano su un ospedale in 7 giorni, ho riso, nel nostro lavoro riuscivamo a fare qualcosa del genere in tre giorni, e qui parte l’idea. Abbiamo professionisti, vogliono lavorare, se il mondo dello spettacolo è fermo possono mettere a disposizione le loro competenze per dare una risposta tempestiva alle richieste dettate dall’emergenza. In tre settimane nasce il sito”. 

Chiamate noi è una piattaforma di rappresentanza indipendente senza scopo di lucro. Parte dal basso, per raccogliere professionisti e aziende del mondo dello spettacolo. Il loro obiettivo è non fermarsi, e quindi riconvertire, rendere spendibili quelle competenze anche in settori estranei all’industria culturale. Un luogo di incontro fra domanda e offerta per permettere un ricollocamento temporaneo.

“Siamo abituati a costruire da zero strutture complesse per accogliere grandi folle. Lavoriamo in contesti difficili, eccezionali, con tempistiche contratte, e questo può rivelarsi utile in molti ambiti”. Agili veloci, flessibili e creativi. E così i rigger, gli arrampicatori  che si occupano degli allestimenti, si reinventano nell’edilizia acrobatica o nel giardinaggio. I fonici approdano sulle piattaforme e-learning.I tecnici professionisti insegnano attraverso videolezioni. “Il nostro è un settore estremamente formato e specializzato, che richiede aggiornamenti continui. Ci evolviamo insieme alle macchine”, sottolinea Emilio Simeone. Una lezione che è entrata nelle ossa attraverso le narrazioni belliche. Le storie di improbabili eroi quotidiani che in seno alla crisi si rialzano indossando ruoli differenti. “Non potevamo stare fermi. Abbiamo creato la piattaforma, contattato aziende e messo gli annunci dei tecnici selezionati a seconda delle loro qualità professionali. Lavorano grazie a noi un centinaio di operatori, e il servizio è gratuito”. La dignità passa attraverso il lavoro, è questo il leit motiv che nutre il progetto. Un’idea che ottiene riconoscimenti importanti, come il premio Music Innovation Hub per la musica Responsabile. A consegnarlo Marina Ponti, Direttore delle Nazioni Unite responsabile della UN SDG Action Compaign per gli obiettivi di sviluppo sostenibile al 2030. “Le modalità di gestione del servizio sono molteplici: ricerca attiva fatta di contatti diretti, monitoraggio di siti e piattaforme di ricerca personale, fino al passaparola. I profili e le competenze caricati sul sito vengono controllati per idoneità e area geografica, successivamente vengono inviate alle aziende che si interfacciano con la piattaforma. Da questo momento in poi i rapporti tra candidato e azienda diventano esclusivi”.

Una storia che mette in luce le capacità dei tecnici dello spettacolo di ad adattarsi ad ambienti estranei e fornire prestazioni di qualità. Allo stesso tempo però racconta i meccanismi promiscui che rendono instabile e precaria l’evoluzione professionale del settore. E se al covid si può attribuire qualche merito, è proprio quello di rendere palesi contraddizioni che da tempo erodono il tessuto sociale. “Il nostro mestiere presenta molte falle normative. Mancano regolamentazioni, e questa situazione ha fatto emergere chiaramente l’incertezza in cui vivevamo. Ma non sappiamo con chi dialogare per far sentire le nostre voci”. Le voci di chi si è ritrovato incastrato in un processo che non sa come tutelare il sistema spettacolo.

La protesta 500 bauli che artisti, tecnici, facchini, organizzatori hanno portato ai piedi del Duomo di Milano, testimonia la complessità di un settore piegato dalla pandemia. “Questa situazione ci pone ad un bivio. Potrebbe portare ad un ripensamento, creare normative migliori, anche per rendere appetibile un mondo intorno al quale gira un importante fetta economica, parliamo di 2 miliardi, un vero ecosistema che si regge sullo spettacolo. Se si ritorna al punto di prima si rischia di assistere ad una rottura”. A causa dei vuoti legislativi molti operatori sono rimasti esclusi dagli indennizzi del governo. Non sono infatti riusciti ad accedere né alla cassa integrazione, né ai contributi dell’Inps. Il 27% dei professionisti della musica live ha abbandonato il mestiere. A raccontarlo Maurizio Capellini, tesoriere di Bauli in piazza. L’aticipità dei lavoratori dello spettacolo dovrebbe essere inclusa all’interno della ridefinizione dei contratti . La soluzione proposta dall’iniziativa Chiamatenoi è pensata come temporanea, per tamponare il vuoto che il covid ha scavato nell’ambito culturale. Il rischio è che riconversione però diventi definitiva. “Gli operatori che si trovano a lavorare in altri ambiti, potrebbero decidere di non tornare nel mondo dello spettacolo trovando maggiori sicurezze e regolamentazioni nei nuovi spazi lavorativi.”. Un esodo che rischia di allontanare definitivamente tecnici professionisti che rappresentano i pilastri dello show business. “Quando si ripartirà, ci sarà molta richiesta. Se i tecnici decidono di rendere decisiva la riconversione ci sarebbe un enorme buco da colmare. Bisognerebbe formare nuove persone ad un lavoro, che ora, è a rischio di estinzione. Per recuperare la professionalità è necessaria una riforma del settore ”. Tanti nervi scoperti, punti deboli sui quali insistere per scongiurare un punto di non ritorno.

“Ho lavorato come backliner in tanti concerti: Ultimo, Negrita, Aftherhours. Ora mi sono trasferito in Germania, faccio l’allestitore. Non è questo il mio mestiere e da troppo tempo stiamo fermi. Ci sono molti studi accreditati che dimostrano come sarebbe possibile svolgere spettacoli in sicurezza. Non possiamo rimanere bloccati anche nel 2021”. Nei momenti di crisi si ha ancora più bisogno di cultura. Puntare al rinnovamento per scardinare una prassi mortifera.

Una narrazione, quella di Chiamatenoi, che pone sotto i riflettori le ambiguità del sistema spettacolo, e soprattutto dei suoi protagonisti. Tenaci, duttili, specializzati, professionisti schiacciati all’interno di un ecosistema che li lascia esposti, che non crea le condizioni per farli restare. Un disagio che cerca una voce mentre i riflettori si spengono. 

Riparare la sofferenza delle arti può essere un’opportunità  per rilanciare la salute creativa e economica del settore. Il covid deve spingere ad un ripensamento radicale nel mondo dello spettacolo, per farlo bene deve iniziare dalle basi: i suoi tecnici.