Gustavo Zagrebelsky al Teatro Carignano ha tenuto un’ampia lezione sui pilastri su cui si dovrebbe reggere il mondo. L’ex giudice costituzionale e attuale presidente di Biennale Democrazia ha lanciato un messaggio: “Verità, giustizia e pace sono in relazione tra loro. E non lo dico io, lo dice un trattato ebraico del IV secolo. Già allora era descritta la lotta che dobbiamo sostenere per la democrazia, che non gode della stessa buona fama di cui godeva alla fine della seconda guerra mondiale”.
Diverte e incanta, Zagrebelsky. Guarda il timer a lato del palco, scherza sul fatto che non riuscirà a riempire la mezz’ora rimanente mentre si lancia in digressioni su Dostoevskij. Il suo discorso parte dalla guerra, che già nei frammenti di Eraclito era considerata come insita nella natura umana. E poi critica il famoso detto, “che per secoli ha giustificato le guerre dei potenti”: si vit paces, para bellum. Se vuoi la pace, preparati alla guerra, un concetto ribadito sin da Platone nella cultura classica.
Anche secondo Zagrebelsky la pace si ottiene solo con la lotta. Ma una lotta fondata su tre pilastri in stretta relazione tra loro: “la verità porta alla giustizia, la giustizia porta alla pace. Non è possibile pensare alla pace senza inserirla in un contesto che consideri tanti altri problemi”.
“E in guerra – prosegue – lo sappiamo: la verità è la prima vittima”. Le canzoni patriottiche come “Il Piave mormorava” sono diametralmente opposte alle canzoni dei soldati in trincea come “O Gorizia, tu sei maledetta”. “I soldati non avevano bisogno di mistificare, perché vivevano la realtà. Erano i potenti a dover fare propaganda e raccontare menzogne”.
Zagrebelsky analizza una realtà che è fatta costantemente di narrazioni. Persino i numeri e i dati vengono interpretati a seconda della posizione politica. Siamo assuefatti dalle narrazioni, “al punto che abbiamo perso la percezione della realtà”.
E torna sui “pre-potenti” sul tema della giustizia, perché l’ingiustizia di cui parla è la differenza tra chi la guerra la vuole e chi invece la fa. “Cesare scrisse nel De bello gallico: in quattro giorni ho costruito il ponte sul Reno. Ma sarebbe stato più corretto scrivere che in quattro giorni ha fatto costruire il ponte sul Reno” chiosa.
“I monumenti per le strade celebrano ministri e sovrani che sono stati quasi tutti uomini di guerra. Occorre una cultura della pace”. Una lotta, “un lavorio” che passa dal dire basta alle narrazioni, dal combattere lo strapotere di chi prende le decisioni (“che, senza fare nomi, a volte sembrano dei pazzi”), agendo per la giustizia e quindi per una democrazia portatrice di pace, contrapposta all’oligarchia e all’autocrazia portatrici di guerra.
“Oggi la democrazia è un terreno minato perché non pare più essere un regime desiderabile” conclude. “La democrazia non è un dono, e non è mai pienamente raggiungibile. Occorre impegnarsi per un mondo che tenda il più possibile ad essa e alla pace”.