Il futuro dopo i voucher

condividi

Se il decreto legge approvato il 17 marzo verrà convertito in legge entro 60 giorni i voucher non saranno più utilizzabili. L’ultimo passaggio sarà in Cassazione per confermare che le istanze presentate dalla Cgil siano state accolte e superare dunque il referendum abrogativo previsto per il 28 maggio. Una vittoria per il sindacato che aveva raccolto oltre 3 milioni di firme per obbligare il governo ad affrontare l’argomento, e che resta ora vigile affinché la cancellazione sia definitiva.  Un argomento delicato quello dei buoni lavoro, dopo che il loro boom è stato al centro di numerose discussioni: strumento per far emergere il lavoro sommerso od opportunità per coprire abusi ed evasioni? Nel solo 2016 ne sono stati venduti quasi 134 milioni, con un incremento del 95% rispetto all’anno precedente, per effetto delle liberalizzazioni operate in ultimo dal Jobs Act, ma anche dalla riforma Fornero e dal governo Letta prima. L’abrogazione apre ora un periodo di transizione che durerà fino al 31 dicembre.

 

Cosa sono i voucher?

Sono buoni destinati al lavoro accessorio del valore di 10 euro, di cui 7,50 euro vengono incassati dal lavoratore. I restanti 2,50 euro sono versati per il 13% all’Inps e il 7% all’Inail come contributi assicurativi e pensionistici, mentre il rimanente 5% è il costo del servizio.

 

Chi li utilizza? 

Inizialmente erano stati pensati per colf, badanti e ripetizioni private, o per i lavori stagionali in agricoltura, come ad esempio la vendemmia. In realtà oggi queste attività coprono rispettivamente solo il 3% e il 6% del lavoro retribuito con voucher. Negli anni le loro possibilità di utilizzo sono state ampliate e a sfruttarli sono soprattutto gli alberghi e il settore turistico, seguiti da commercio, aziende alimentari e costruzioni. Molti usati anche da imprese artigiane e commercianti senza dipendenti.

 

Cosa li differenzia da altri tipi di contratto?

I voucher non incidono su eventuali pensioni e sussidi di disoccupazione o cassaintegrazione. Sono esenti da tasse e versano un contributo pensionistico. Il vincolo è l’importo massimo percepibile: a giugno 2015 il Jobs Act lo ha alzato a 7mila euro netti (9.333 euro lordi) all’anno. La riforma Renzi ha imposto anche l’obbligo di tracciabilità: il datore deve comunicare la durata della prestazione almeno 60 minuti prima del suo inizio. Un tentativo di limitare abusi e scorrettezze.

 

Quanto incidono sul lavoro italiano?

Secondo l’Associazione artigiani piccole imprese di Mestre il numero di ore lavorative retribuite coi buoni è lo 0,3% del monte ore nazionale. In media il voucherista prende 60 buoni all’anno, per un guadagno di 450 euro netti. A usufruirne sono soprattutto lavoratori part-time, studenti, pensionati e disoccupati, mentre il 13% li percepisce per un secondo lavoro.

 

Perché la Cgil aveva chiesto un referendum per abrogarli?

Per il sindacato si tratta di uno strumento colpevole di cronicizzare la precarietà, poiché l’assicurazione è minima, senza malattia, e in media nessuno dei lavoratori occasionali raggiunge la soglia minima di un mese di contributi per ottenere la pensione. Il dossier redatto dal patronato Inca della Cgil ha messo a confronto i contratti part time, con partita Iva, da lavoratore agricolo e dei voucheristi: a parità di anni di lavoro ci sono forti differenze nelle pensioni che verranno percepite, a netto svantaggio per gli ultimi.

 

Contrastavano il lavoro sommerso?

Sebbene i voucher acquistati nel 2016 siano aumentati, è incrementato anche il lavoro in nero: secondo il Rapporto Italia di Eurispes nel 2015 riguardava il 18,6%, del campione intervistato, nel 2016 è salito al 28,1%. Una persona su due al primo lavoro è assunta senza contratto, così come un terzo degli studenti e l’83,3% dei cassintegrati. In nero la quasi totalità delle babysitter, seguite dagli insegnanti di ripetizioni private, i collaboratori domestici. E il 50% dei medici specialisti.

 

E ora cosa succede?

Fino alla fine dell’anno i buoni potranno essere incassati dai lavoratori e distribuiti dai datori che li avevano acquistati prima del 17 marzo. Questi ultimi si trovano però davanti all’incertezza di cosa fare una volta che saranno terminati: una delle alternative proposte è il contratto a chiamata intermittente, che tuttavia può essere utilizzato solo per gli under 25 e gli over 50; così l’ipotesi più plausibile sembra il ritorno alla ritenuta d’acconto.  Mentre la Cgil ha presentato come proposta di legge la Carta dei Diritti Universali del Lavoro. Si guarda anche ai francesi Cesu o ai mini-jobs tedeschi (questi ultimi causa tuttavia di proteste in Germania). Si aspetta di sapere anche cosa deciderà il governo per gli eventuali buoni non utilizzati entro dicembre.

CORINNA MORI