Voto fuorisede, la comunità studentesca torinese si organizza

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Tra pochi giorni cittadini e cittadine saranno chiamati a esprimersi sul referendum sulla riforma della giustizia. Ma il corpo elettorale, composto da 50 milioni di persone, rischia di perdere il 10 per cento del suo organico: i 5 milioni di studenti e lavoratori che vivono lontano dal proprio comune di residenza. Per loro, l’opportunità di esercitare il proprio diritto di voto è pericolosamente vincolata alla possibilità di spostarsi e pagare il viaggio. Lo scorso gennaio il Senato e la Camera hanno, infatti, respinto gli emendamenti al decreto-legge cd. “elezioni”, tra i quali figuravano quelli avanzati dalle opposizioni per permettere il voto a distanza.

Le voci di studenti e studentesse

Grazie a un’indagine, svolta tramite un form diffuso tra universitari e universitarie di Torino, è stato possibile rilevare come l’assenza di una norma strutturale a tutela del voto fuorisede rappresenti un tema molto sentito nella comunità studentesca locale. Il sondaggio ha l’obiettivo di analizzare le modalità con cui gli studenti fuorisede esercitano, o non, il proprio diritto di voto. In particolare, l’indagine mira a capire se e come coloro che vivono lontano dal proprio comune di residenza riescano a partecipare alle consultazioni elettorali, quali strategie adottino per votare e quali siano le principali criticità legate al voto fuorisede. 

Dei trenta partecipanti al sondaggio, la grande maggioranza ha dichiarato che andrà a votare, ma per molti questo significa ancora dover tornare a casa. Nello specifico, 13 studenti e studentesse prevedono di rientrare nel proprio comune di residenza per esprimere la loro preferenza al referendum sulla giustizia. Nove intervistati hanno invece optato per un’altra soluzione, l’iscrizione come rappresentanti di lista che permette di votare nella città in cui si studia. L’incarico prevede di assistere alle operazioni di voto e scrutinio per conto di un partito, un candidato o un comitato. 


Dal form emerge un desiderio condiviso: rendere il voto fuorisede più semplice e accessibile. Alcuni studenti e studentesse sottolineano di voler votare direttamente nel comune in cui studiano, soprattutto quando si tratta di referendum nazionali. Altri evidenziano, invece, la necessità di procedure più uniformi tra i comuni e di una maggiore disponibilità da parte delle amministrazioni locali. In sostanza, la volontà di partecipare c’è, ma l’organizzazione attuale del voto costringe ancora molti studenti a soluzioni complicate, come lunghi spostamenti o procedure alternative. Facilitare il voto fuorisede è un passaggio imprescindibile per rendere il diritto di voto davvero accessibile a tutti, ma siamo ancora lontani. 

Le iniziative dal basso

A Torino, studenti e studentesse si sono mobilitati su più fronti. A partire dal Collettivo Bonobo, dei dipartimenti Culture, politica e società (Cps) e Cognetti dell’UniTo, che ha presentato una mozione per far sì che dal 23 marzo al 7 aprile le lezioni possano svolgersi in modalità mista, cioè online e in presenza. Lo scopo dell’iniziativa è venire incontro a una delle difficoltà del corpo studenti: quella che riguarda la vicinanza temporale delle date del referendum, in programma il 22 e il 23 marzo, con le vacanze di Pasqua che si terranno, invece, dal 2 al 7 aprile. Perché il rischio è che l’esercizio del proprio diritto di voto si scontri con la necessità di non perdere troppe lezioni universitarie. 

La richiesta nasce dalla proposta di un gruppo di studenti del corso magistrale di antropologia culturale che si è rivolto ai ragazzi e alle ragazze di Bonobo per redigere ed estendere la proposta a tutti i dipartimenti dell’Ateneo. La mozione è stata sottoposta dal Collettivo alla direttrice di dipartimento Cps, la professoressa Anna Caffarena, e al vicedirettore, Giuliano Bobba, che a loro volta hanno portato la questione in Senato accademico. Il risultato è stato una vittoria parziale: l’Ateneo ha scelto di inviare una mail ai singoli docenti, lasciando che sia a loro discrezione l’erogazione della doppia modalità di didattica. Sostanzialmente un invito ad accogliere le eventuali necessità di studenti e studentesse, ma con il margine del giudizio individuale. 

La didattica, tuttavia, non è l’unico nodo problematico della questione perché a mancare, spesso, è un’adeguata conoscenza del tema. Se è prevedibile che studenti e studentesse del dipartimento di Cps si interessino al referendum e ne conoscano forma e contenuto, non è altrettanto scontato che uno studente di fisica o psicologia sia ugualmente informato. Perciò, diversi collettivi e liste dell’Università di Torino si sono mobilitati affinché la comunità studentesca sia consapevole della materia su cui può esercitare il proprio diritto di voto. Come la lista universitaria Obiettivo studenti che, tra le altre cose, utilizza i propri canali social per fare informazione sul referendum e organizzare incontri sul tema. Proprio ieri, 16 marzo, si è tenuto un appuntamento di approfondimento nato “dal desiderio di instaurare un dialogo costruttivo”. Un confronto a titolo informativo per spiegare concretamente per cosa stiamo andando a votare e, soprattutto, cosa potrebbe succedere nel caso in cui vincesse il Sì o nel caso in cui vincesse il No. L’incontro non è stato un contraddittorio, perché il senso dell’iniziativa era far “comprendere a fondo la portata delle scelte che siamo chiamati a compiere come cittadini e studenti”. 

La lista Obiettivo studenti non è l’unica a essersi adoperata sul tema in ambito universitario. Il giornale studentesco indipendente Il Caffè, per esempio, ha tenuto lunedì 9 marzo un dibattito moderato dal giornalista di La7, Carmine Abate, con il Già Deputato e Senatore, Stefano Esposito, esponente del Sì, e il direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, sostenitore del No. Per assistere all’incontro, che aveva a disposizione 450 posti, sono arrivate tra le 550 e le 600 richieste, a dimostrazione dell’intesse diffuso di studenti e studentesse. Un altro incontro sul referendum è stato organizzato lo scorso 24 febbraio dall’Unione degli Universitari di Torino (UDU), sindacato studentesco cittadino legato alla Cgl. L’iniziativa succede i presidi organizzati sotto le prefetture per protestare contro il respingimento in Senato e alla Camera della proposta di voto per i fuorisede. Per coloro che vivono lontani dal proprio Comune di residenza e non hanno modo di tornarci, l’unica possibilità è infatti ricoprire il ruolo di rappresentante di lista.

In merito è intervenuto Alter polis, collettivo studentesco indipendente del Politecnico di Torino, che si è proposto come mezzo di congiunzione tra la comunità studentesca e questa specifica modalità di esercizio del voto. L’intenzione era “fare dal basso quello che avrebbe dovuto fare lo Stato, ovvero garantire la democrazia e l’esercizio di un diritto costituzionale di base”. Collaborando attivamente con alcuni partiti e comitati referendari, la lista di rappresentanza studentesca ha portato avanti una campagna apolitica nel desiderio di avvicinare ragazze e ragazzi al referendum senza imporre scelte ideologiche. Il collettivo ha creato un form online per dare a studenti e studentesse la possibilità di candidarsi come rappresentanti di lista e di esercitare, quindi, il proprio diritto di voto. La città di Torino, che ha 900 seggi, dispone di 1800 posti. E solo Alter polis ha ricevuto oltre mille richieste, un numero paragonabile e, in alcuni casi, superiore a quello di alcuni partiti che faticano a riempire i seggi. Diffuso inizialmente solo tramite chat e social, il boom di richieste è stato registrato grazie al sostengo e all’intervento dell’Ateneo del Politecnico che ha provveduto a informare la comunità studentesca tramite una mail istituzionale. Il collettivo si occupa, di fatto, di facilitare l’esercizio del diritto di voto di studenti e studentesse occupandosi della raccolta dei dati, successivamente inviati ai partiti e ai comitati coinvolti in base alla propria disponibilità. A loro spetta, infatti, la gestione di assegnamento dei seggi e il coordinamento dei partecipanti. 

In questo contesto, le iniziative nate nelle università torinesi mostrano come, di fronte a un vuoto istituzionale, sia stata la comunità studentesca stessa a cercare soluzioni per non rinunciare a un diritto fondamentale. Ma il fatto che l’accesso al voto debba essere garantito attraverso iniziative spontanee e percorsi alternativi evidenzia una questione più ampia: quella di un sistema che fatica ancora a riconoscere pienamente le esigenze di una generazione sempre più mobile.

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