Giovani, media, violenza di genere: un dialogo difficile

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“Mi scusi ma secondo me questo discorso non è giusto”. Una studentessa alza la mano. Nell’aula magna della Cavallerizza Reale è appena risuonata una strofa di Tony Effe che parla di un rapporto orale. Siamo all’evento Come un’Onda, contro la violenza sulle donne, organizzato da Università di Torino, Giornale Radio Rai, GR Parlamento, il condirettore di Radio 1 Stefano Mensurati l’ha usata come esempio per parlare di come la musica possa spingere i giovani ad accettare modelli negativi, paragonandola a Lella di Edoardo de Angelis, che racconta un femminicidio dal punto di vista dell’assassino.

Come un’onda è una campagna itinerante, che nei prossimi mesi toccherà altre città italiane. La tappa torinese, la prima del 2026, si è aperta con le parole della rettrice di Unito Cristina Prandi, e ha ospitato, con la moderazione di Elena Paba, ospiti come don Ciotti, la stand-up comedian Laura Formenti, Giulia Scalone, sorella di Loredana, vittima di femminicidio nel 2020. Il tema della violenza contro le donne è stato anche raccontato con testimonianze dall’Iran e dalla Birmania, e con momenti di spettacolo e teatro.

Lei, la studentessa, non ci sta: “Questa è una canzone che parla di sesso, se i ragazzi sono violenti il problema è più profondo, dipende dalla quello che imparano a casa, non lo diventano perché ascoltano la trap”. Ma il dialogo si arena subito. Mensurati risponde che la musica è un sintomo, un esempio, la ragazza, iscritta al liceo artistico Passoni, vorrebbe proseguire ma non ha più il microfono. Un altro studente ha la mano alzata. Si passa oltre.

Eppure forse il nodo è questo, i giovanissimi (qui si parla di studenti delle medie e dei primi anni del liceo) non ci stanno a farsi spiegare il mondo dagli adulti – borbottano quando la domanda “a chi di voi piace questo genere di musica” è seguita da “spero di non vedere mani alzarsi” – ma dove potrebbe nascere un dibattito ci si incaglia. Mancano gli strumenti, un linguaggio comune.

Lo ammette Mensurati: “C’è un problema di fondo, la radio e la televisione si rivolgono a un pubblico adulto, non riescono a intercettare il pubblico giovanile che invece si è spostato sui social, che oltretutto possono mandare messaggi distorti”. Il condirettore, però, si tira indietro, l’educazione contro la violenza sulle donne non compete al servizio pubblico: “Una corretta informazione è importante, ma io credo che il messaggio principale debba arrivare da altre fonti, che sono soprattutto la scuola e la famiglia, che ci debba essere un’alleanza tra scuola e famiglia per informare i giovani e metterli in guardia dalle deviazioni”. Come la violenza, ma anche “il bullismo, o l’uso delle droghe leggere”.

Il programma dell’evento è proseguito con uno sguardo internazionale sul fenomeno della violenza contro le donne, con collegamenti da diverse aree del mondo: dall’Iran, con l’intervento di Shirin Ebadi, avvocata e Premio Nobel per la Pace 2003, alla Birmania, con il contributo di Cecilia Brighi e la testimonianza di Soe Sandar Kyaw, giovane donna costretta alla clandestinità nel sud del Paese. Si è parlato anche di contesti di guerra, con l’intervento di Martina Marchiò di Medici Senza Frontiere, e di violenza sulle donne in ambito mafioso, affrontata da Don Luigi Ciotti.

Non sono mancati momenti di teatro e spettacolo: tra gli ospiti Laura Formenti, attrice e stand-up comedian, Teatro Popolare Europeo, Social and Community Theatre Center e performance realizzate dagli studenti delle scuole coinvolte.

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