Il pubblico di massa non esiste più o, forse, non è mai esistito. Ma, soprattutto online, il dibattito pubblico ha perso terreno a favore di camere di risonanza sigillate, in cui ogni micro-comunità tende ad arroccarsi dietro opinioni condivise. La polarizzazione cresce e la voce del giornalismo fatica ad attraversare le bolle di chi spesso appende all’ingresso un cartello rivolto ai giornalisti, con su scritto: “vietato entrare”.
Lo spiega bene la giornalista ucraina fondatrice del Public interest journalism lab, Nataliya Gumenyuk, all’evento Journalism in the polarised world: reaching audiences beyond the bubble: “In Colombia, dopo un workshop sui documentari, una persona mi ha detto ‘grazie di far parlare le persone reali, non credo a quello che dicono i giornalisti’ – continua sorridendo -. Non penso sapesse chi fossi”. Quali strategie deve adottare un giornalista per raggiungere pubblici sempre più polarizzati e, spesso, stanchi del consumo di notizie?
La copertura della guerra russo-ucraina è uno dei banchi di prova ideali per sperimentare nuove soluzioni. Dopo oltre quattro anni di morte e distruzione, le notizie da Kiev rischiano di incontrare l’assuefazione dei lettori, circondati da aggiornamenti di guerra quotidiani, dallo sterminio a Gaza agli ultimi civili morti in Libano sotto il fuoco israeliano. In più, l’invasione russa dell’Ucraina ha generato una forte spaccatura e il fatto mediato dal giornalista rimane spesso incastrato nei filtri ristretti delle camere d’eco.
La co-fondatrice del Public interest journalism lab, Angelina Kariakina, offre un esempio efficace: “Per una nostra ricerca abbiamo organizzato degli incontri con alcuni sopravvissuti ucraini di crimini di guerra. Abbiamo chiesto loro di cosa avevano bisogno dal punto di vista giornalistico e ci hanno insegnato la lezione più preziosa – continua la giornalista -. Non si sono concentrati sugli aguzzini, ma hanno parlato della loro esperienza, di come hanno affrontato e superato le torture subite. Le storie di persone sopravvissute alla prigionia e alle vessazioni offrono molti modi per avvicinare e catturare il lettore”.
Secondo la giornalista brasiliana del Folha de São Paulo, Patrícia Campos Mello, la prima regola per entrare nelle bolle del pubblico è “spiegare cosa c’è dietro la notizia: chi sono queste persone, cosa fanno, quali sono le loro aspirazioni”. Dunque occorre mettersi il più possibile nei panni dei soggetti raccontati. Non solo per favorire un legame empatico con i lettori dall’altra parte del mondo, ma anche per far arrivare direttamente a loro le storie che li riguardano. Angelina Kariakina ricorda il caso del blocco navale russo del Mar Nero, che ha portato allo stallo delle esportazioni di grano ucraino e alla conseguente insicurezza alimentare che ha travolto numerosi Paesi africani: “Non fu facile entrare nel flusso informativo dei cittadini del Corno d’Africa o del Sahel”.
Un ulteriore ostacolo riguarda le accuse di partigianeria. Non importa se applichi in modo certosino il metodo giornalistico: le parti polarizzate ti assegneranno un’etichetta, difficile da rimuovere. “Quando ho iniziato a occuparmi della guerra russo-ucraina, da sinistra sono stata accusata di essere una pedina degli Stati Uniti o addirittura di appartenere all’estrema destra”, sostiene Campos Mello, nota per le inchieste sulle reti finanziarie sospette intorno alla figura dell’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro.