Sul palco ci sono due gradinate. Una è più lunga, vi si accomodano gli ospiti. L’altra è più piccola, sulla destra: non ci si siede nessuno. È come se lì, a gustarsi la festa un po’ in disparte, ci sia sempre lui, il vero organizzatore dell’evento, Gianluca Vialli. Lo dice il suo gemello sampdoriano Roberto Mancini: “Luca c’è e ci sarà sempre”. Alessandro Cattelan ne parla al presente. La sua presenza si sente, anche se non c’è più, come se fosse “una festa da cui a un certo punto se n’è andato”. Una festa, appunto. Così è stata pensata la serata intitolata
My name is Luca, del 20 gennaio al Teatro Regio di Torino. Una festa “in cui è proibito piangere”, avverte subito Linus, a cui è affidato il compito di presentare. Ma si capisce fin da subito, dalla clip con le giocate di Vialli sulle note di One degli U2, che per i 1400 presenti sarà impossibile trattenere le lacrime.
Nella commozione dei presenti malinconia e gioia si confondono: la mancanza lascia presto spazio alla gratitudine di aver avuto Gianluca nella propria vita. “Vialli è stato tante cose”, racconta lo scrittore Matteo Bussola in una lettera fittizia alla figlia, ma tutte si riassumono in una frase semplice, quasi banale: “Gianluca Vialli era una brava persona”. Tanto basta per dire che 59 anni su questa terra sono veramente troppo pochi, soprattutto quando si hanno due figlie che si sa non si vedranno mai adulte. “Quella frase mi aveva colpito particolarmente, perché io non avevo idea che la sua situazione fosse già così avanzata”, ricorda Cattelan.
Per Gianluca Vialli, il tempo della malattia è stato un tempo pieno di tante cose: il calcio, la famiglia, il desiderio di motivare chi si trovava nella stessa situazione a continuare a lottare. Il tempo della malattia di Vialli è stato un tempo pieno di vita, “mi ha reso una persona migliore”, ripeteva. Secondo Gianluigi Buffon, “il Luca migliore è stato probabilmente l’ultimo, figlio di tutto quello che ha vissuto”. Per questo, suggerisce Bussola, Vialli è “qualcuno a cui pensare nei momenti di difficoltà”.
La “ballata”, organizzata dalla Fondazione Vialli Mauro, riesce nel suo intento: ricordare una figura importante, dentro e fuori dal campo, con amici, parenti, ex compagni e musicisti in un clima celebrativo e festoso più che commemorativo, con un occhio al sostegno della ricerca oncologica. Impossibile da odiare, eterno ragazzo, spirito guida, fratello, punto di riferimento: sono solo alcuni epiteti riferiti a Gianluca Vialli da parte di chi l’ha conosciuto. “Quando si parla di un personaggio così si pensa che non abbia fatto in tempo a dirci tutto quello che doveva. Ci sono tracce di Luca ovunque sia passato”, racconta Luciano Spalletti, allenatore della Juventus.
La cifra distintiva di Vialli era, secondo tutti quelli che lo hanno conosciuto, “l’eleganza, la grazia” di chi preferiva l’essere all’apparire: “Non ha mai guidato Suv o auto appariscenti, preferiva vetture molto prestanti, ma tutto sommato anonime”. In un certo senso, nonostante fosse originario di Cremona, Gianluca Vialli era molto torinese: dell’understatement sabaudo incarnava la pacata consapevolezza che contraddistingue chi si conosce profondamente. E poi Vialli aveva anche quel senso dell’umorismo, sottile e pungente, tutto inglese che con l’iconica coppola gli dava un’aria di lord londinese. Ha davvero ragione Bussola quando dice che “Luca è stato tante cose”.
Sono molti gli aneddoti, alcuni inediti, che i suoi amici ed ex compagni portano sul palco: dalla poesia ironica letta da Ciro Ferrara e scritta dai suoi compagni alla Juventus nel 1995 per il suo ritorno in Nazionale, al rito scaramantico di Euro 2020 con Vialli protagonista rivelato da Giorgio Chiellini. I ricordi si intrecciano a parentesi musicali con le note al pianoforte di Gloria Campaner e le canzoni della band torinese Eugenio in Via Di Gioia, ma anche con il momento di spensieratezza portato sul palco dal grande tifoso della Juventus, Pietro Sermonti.
Il calcio va inevitabilmente in secondo piano quando si parla di Vialli, ma non si può non ricordare la sua carriera. Nella serata torinese si vedono maglie di Cremonese e Sampdoria – due delle squadre in cui ha giocato Vialli -, ma il pubblico è principalmente bianconero, tanto che si sente un forte mugugno quando Vinicio Capossela parla della Champions League del 1996 chiamandola “Coppa Uefa”. Gianluca Vialli è stato un attaccante “dalla generosità spinta” – per riprendere una frase di un articolo di Gianni Miura letto da Capossela -, che credeva nel talento solo come conseguenza del duro lavoro. È stato un giocatore da 167 gol in carriera, protagonista dell’unico scudetto della Sampdoria nel 1991 e capitano della seconda e ultima Coppa dei Campioni della Juventus nel 1996. Ma i numeri, i gol e i trofei sono sullo sfondo: chi l’ha conosciuto dice di essere stato fortunato.
La serata finisce, le luci si spengono, gli spettatori tornano nelle loro case con la sensazione è di essere stati con Gianluca Vialli e di averlo conosciuto. E si portano a casa un messaggio forte e chiaro, pronunciato da Massimo Mauro: “Tutti possiamo essere Luca Vialli”.