“Popolo di santi, poeti e navigatori”, ma anche di ministri del Turismo improvvisati influencer e di anglicismi per stare al passo coi tempi. Dalla Venere di Botticelli presa in ostaggio dalla Santanchè al portale Verybello! di Franceschini, la promozione dell’Italia agli occhi del turismo mondiale rimane spesso prigioniera del ritratto stereotipato del Belpaese. Eppure la tradizione italiana del manifesto turistico vanta anche soluzioni più originali, persino durante gli anni bui del Ventennio fascista. Oggi a Torino, viene inaugurata presso Palazzo Madama la mostra “Visitate l’Italia! Promozione e pubblicità turistica 1900-1950”, a cura di Giovanni Villa, direttore del sito Unesco, e Dario Cimorelli, vicepresidente di Camera, Centro Italiano per la Fotografia.
L’esposizione prevede una selezione di 200 manifesti, con l’aggiunta di centinaia di guide e illustrazioni, che ripercorrono oltre 50 anni di storia e immaginario italiano. Come ha ricordato il direttore Villa, per la sua realizzazione è stato decisivo il contributo della Civica raccolta delle stampe “Achille Bertarelli” di Milano, della galleria Wolfsoniana di Genova e del Museo Nazionale collezione Salce di Treviso. Alla conferenza inaugurale è intervenuta anche la direttrice del museo trevigiano, Elisabetta Pasqualin: “Ho avuto un attimo di smarrimento alla richiesta di 150 manifesti, sono oggetti effimeri, fragili, vivono per essere affissi in strada, ma è stata una bella sfida e la mostra finale è strepitosa”. L’allestimento si divide in cinque sezioni tematiche, dalle Alpi innevate del Nord alle isole del Mezzogiorno, passando per le riviere più gettonate della penisola. “La prima mostra in assoluto sulla promozione turistica dell’Italia intera”, ha sottolineato il curatore Dario Cimorelli, enfatizzando il percorso storico che dai grandi illustratori-pittori del primo Novecento ha portato alla svolta dell’Agenzia Nazionale del Turismo, nel 1919. Nel primo dopoguerra, il suo “enorme piano editoriale” rivoluzionò la storia del manifesto e della rappresentazione grafica dell’Italia, attraverso la scommessa nell’arte pubblicitaria.

“I manifesti sono grandi seduttori – dichiara Giovanni Villa – Rimini è diventata Rimini nel 1922 con Marcello Dudovich, triestino elegantissimo”. Gli specchi edulcorati del patrimonio artistico, culturale, paesaggistico del Belpaese hanno dunque contribuito a costruire la coscienza nazionale, non solo come cartoline a buon mercato, ma anche come “espressione dei cambiamenti sociali”. Tuttavia, il potere persuasivo del manifesto non si limitò alla sua declinazione pubblicitaria, ma ebbe una funzione chiave anche come strumento di propaganda politica: la carriera di Dudovich è esemplare. Non solo marchi di liquori e suggestioni lungomare: il celebre illustratore ideò il principale manifesto politico della Democrazia Cristiana per le elezioni del 1948: Per l’avvenire dei vostri figli. Votate per la Democrazia cristiana.
Separare arte, pubblicità, propaganda e politica è una missione difficile, ma forse vale la pena che i narratori contemporanei delle eccellenze italiane seguano il consiglio del direttore Villa: “Questi manifesti sono un modello da seguire ancora oggi”.
