Tra ibrido e propaganda: la forma delle guerre contemporanee

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Quando si parla di guerra si tende sempre a pensare a quella che viene combattuta sul campo, al fronte. Un terreno nel quale centinaia, migliaia o addirittura milioni di persone perdono la vita – senza distinzioni tra vittime innocenti e soldati caduti. Ma la guerra è un fenomeno complesso e, come tutti i fenomeni complessi, presenta caratteristiche, forme e sfumature diverse. Lo spiega bene il termine “guerra ibrida”, che sottolinea come la competizione geopolitica non si svolga solo sul campo, ma anche tramite disinformazione, cultura e manipolazione del consenso. In una parola sola: propaganda. Se ne è parlato durante l’incontro “Guerra ibrida e propaganda: Russia, USA, Europa“, svoltosi al Festival del giornalismo internazionale di Perugia, con gli interventi di Tonia Mastrobuoni, giornalista e corrispondente per La Repubblica dalla Germania e dall’Europa orientale, Giovanni Savino, storico e docente di storia contemporanea e specialista di Russia e nazionalismi nello spazio post-sovietico e Marco Arvati, giornalista collaboratore con Valigia Blu e responsabile della sezione Attualità di Jefferson – Lettere sull’America.

Al centro la vittoria del neo premier Péter Magyar nelle recenti elezioni ungheresi, ma anche il sistema propagandistico russo che comincia a vacillare e la perdita di fiducia crescente – sia da parte degli alleati che degli elettori – nei confronti del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ai microfoni di Futura News, Mastrobuoni ha spiegato cosa si intende quando si parla di guerra ibrida in Europa, perché l’ex premier ungherese, Viktor Orbán, ha perso il governo del Paese dopo 16 anni di potere e come la potenza dei nuovi strumenti di intelligenza artificiale sta cambiando il modo di fare propaganda e la stessa guerra ibrida.

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