“Noi non possiamo pensare che la guerra, che un’aggressione come questa, possa essere la soluzione per chi ha bisogno, dopo anni di repressione, di recuperare diritti democratici in Iran come in qualsiasi altra parte”. È netta la posizione della Cgil torinese, tramite la voce di Federico Bellono, durante il presidio convocato oggi alle 18 in piazza Castello, “Fermiamo la guerra. Per la pace e il diritto dei popoli”. Un appello lanciato da Acli, Anpi, Arci, Cgil e dall’associazione Donna vita libertà, che chiama in piazza la città contro l’escalation militare in Medio Oriente, dopo l’attacco del 28 febbraio contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti e l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese dal 1989.
Secondo Cgil, “la spirale di guerra rischia di non avvicinare la democrazia, ma di allontanarla”. La richiesta al governo italiano è di farsi promotore di una de-escalation, nel solco dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. Hanno aderito al presidio il Partito democratico e Alleanza verdi e sinistra, mentre altre realtà della sinistra torinese stanno formalizzando il loro sostegno.
Una comunità divisa
A Torino vive una numerosa comunità iraniana, composta da studenti, lavoratori, famiglie che negli anni hanno lasciato il Paese dopo la repressione seguita alle proteste interne e al consolidamento del potere teocratico inaugurato nel 1989, dopo la morte di Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica nata dalla rivoluzione che rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi.
“Gli iraniani arrivano da una vicenda complicata, difficile, una repressione pesante”, sottolinea ancora Bellono. “Ma neanche loro sono davvero convinti che la democrazia possa tornare grazie alle bombe di Trump e di Netanyahu o restituendo la guida del Paese agli eredi dello Scià, alla monarchia che è un’altra cosa dalla democrazia”.
Il riferimento è al rischio, paventato da parte del sindacato, che il conflitto – nato con l’obiettivo dichiarato di fermare le ambizioni nucleari iraniane e provocare un cambio di regime – si trasformi in una guerra più ampia, con conseguenze imprevedibili anche per l’Europa. “Chi si è illuso che si trattasse di una qualcosa che durava 24-48 ore e poi cambiava tutto – prosegue – credo che in queste ore si stia ripensando: la vicenda si sta terribilmente complicando e sta coinvolgendo molti altri Paesi”.
Non tutta la diaspora iraniana, però, legge allo stesso modo ciò che sta accadendo. Una giovane manifestante favorevole al ritorno della monarchia: “La guerra non è la soluzione, ma a volte bisogna esserci. L’Italia è stata salvata dagli americani. L’unica cosa che vogliamo è un governo democratico, libero e laico”. Per lei, un eventuale ritorno della famiglia Pahlavi potrebbe rappresentare un passaggio verso una transizione democratica. “Sacrificherei anche la mia famiglia – afferma – pur di avere un Paese libero per quelli che verranno dopo di me”. Una posizione che riflette una parte della diaspora che vede nell’intervento internazionale l’unica via per abbattere definitivamente il sistema teocratico.
