Non raccontare solo le donne che “ce l’hanno fatta”. Non costruire modelli irraggiungibili, non limitarsi a celebrare l’eccezione. Per Antonella Parigi, presidente di Torino Città per le Donne, il punto è un altro: allargare le possibilità, rendere accessibili gli strumenti, lavorare perché non siano poche a riuscire, ma tutte.
“A noi non interessa l’eccezionalità” – spiega Parigi – certo, ci sono delle donne che ce la fanno, ma non è questo il punto: è che ce la devono fare tutte. Non ci interessa quel profilo di empowerment che trovo anche molto fastidioso, quello che presenta modelli di donne super riuscite. Sono tutte le altre che devono farcela”.
È da questa idea che nasce uno dei progetti più recenti della fondazione, “La nuova me”, un percorso di coaching femminista dedicato alle donne over 35 che vogliono rimettersi in gioco, ripartire, affrontare una fase di cambiamento personale o professionale. Il progetto è appena partito, ma per Parigi intercetta un nodo profondo: non solo gli ostacoli esterni, strutturali, che le donne incontrano nella società, ma anche quelli interiorizzati.
“Le difficoltà delle donne sono oggettive, non sono un’opinione, lo dicono i numeri – racconta . Fatto cento il totale delle difficoltà, un cinquanta per cento è dovuto alla struttura della società, che non è stata pensata per noi. Nessun apparato è stato pensato per le donne, ma per un certo tipo di persona: un uomo bianco, eterosessuale, cattolico”. L’altro cinquanta per cento, secondo Parigi, riguarda invece “lo stereotipo interiorizzato”: quel meccanismo che porta molte donne a sentirsi meno legittimate, meno pronte, meno adeguate. “Lei ne ha mai sentito un uomo dire: forse non sono all’altezza di questo compito?”, osserva.
Il coaching femminista lavora proprio su questo. La fondazione ha selezionato alcune coach e le ha formate. Poi le mette a disposizione delle donne “a un prezzo calmierato”, perché l’obiettivo non è rivolgersi solo a chi può permettersi percorsi individuali costosi. “Ci sono già donne che possono permettersi le coach – dice Parigi – noi vogliamo lavorare su tutte le altre”.
Torino Città per le Donne nasce nel 2020, inizialmente come comitato. L’idea, racconta Parigi, era quella di aprire uno spazio temporaneo di ascolto della città per costruire “una sorta di piano strategico di genere”. In quel momento Torino si preparava alle elezioni amministrative e, spiega, “tra i candidati uomini l’argomento non passava nemmeno per la testa”. Da qui la scelta di avviare un percorso partecipativo: “Abbiamo ascoltato 500 persone, uomini e donne di Torino, e abbiamo scritto questo piano”.
Il documento viene poi presentato all’allora sindaca Chiara Appendino, che ne comprende le potenzialità e propone al gruppo di trasformarsi in associazione di promozione sociale, anche per utilizzare lo strumento dei patti di collaborazione previsti dal regolamento dei beni comuni. Nel frattempo, però, il progetto cresce: “Siamo nate in tre, ho radunato tre amiche che non si conoscevano tra loro, ma poi eravamo diventate cento”. Dopo il cambio di amministrazione, quel percorso con il Comune non prosegue come immaginato. Torino Città per le Donne, però, decide di continuare. Prima come associazione, poi come fondazione.
Oggi la fondazione conta circa 200 iscritte e iscritti, tra cui dieci uomini, e rivendica una specificità: l’apertura. “Noi invece siamo totalmente aperte: agli uomini, ne abbiamo ben dieci, e a chiunque voglia iscriversi. Si può iscrivere chi è di sinistra ma anche chi è di destra. L’importante è condividere alcuni valori”.
Per Parigi Torino Città per le Donne rappresenta anche una risorsa per la città: un corpo intermedio con cui le istituzioni potrebbero dialogare per leggere bisogni, trasformazioni e richieste di cittadine e cittadini. Accanto alla vita interna delle socie, che si organizzano in attività autonome, la fondazione porta avanti diversi filoni di lavoro: ricerche, un progetto sull’abitare femminile, la collaborazione con il Politecnico di Torino per la misurazione dei fenomeni e la costruzione di un osservatorio di genere, le attività di empowerment e un festival realizzato sia a Torino sia a Bari.
Tra i prossimi obiettivi c’è anche l’apertura di una sede vera e propria. “Adesso abbiamo una sede legale, ma non è un luogo aperto”, racconta Parigi. L’idea è costruire uno spazio accessibile, riconoscibile, capace di accogliere attività e persone.