Devo vincere o voglio vincere? Un interrogativo con cui diversi sportivi hanno dovuto fare i conti nel corso della carriera. Trovare la pace significa anche combattere guerre interiori. La mente umana è il luogo dove spesso convivono guerre e paci, tema di Biennale Democrazia 2025. Lo ha spiegato Daniele Manusia, fondatore di Ultimo Uomo, rivista di sport online, all’incontro dal titolo Devo vincere o voglio vincere? Il conflitto con sé stessi nello sport. Una riflessione che ha coinvolto il pubblico, mettendo al centro storie emblematiche.
La salute mentale è un tema decisamente attuale nel mondo dello sport. Non è un caso che molti atleti, nell’ultimo periodo, si siano trovati ad affrontare disturbi depressivi e conflitti psicologici interiori: da Gianluigi Buffon a Michael Phelps passando per Simone Biles. Gli sportivi di alto livello sono spesso sottoposti a un clima di forte pressione competitiva e mediatica, legata alla “visione da sempre tramandata per cui lo sport implica un continuo miglioramento di sé stessi”, spiega Manusia.
Alessio De Chirico, ex artista marziale misto, è un esempio di come i conflitti con sé stessi siano anche sempre con gli altri e viceversa. Racconta Manusia: “Alessio mi ha raccontato di aver sognato una situazione di combattimento surreale: entra in palestra indossando solo una maglietta. Mentre si avvicina all’ottagono, il pubblico prova a strappargliela. Nessuno lo aiuta nella preparazione. Si presenta sul ring senza protezioni e si sente vulnerabile: avverte dolore fisico in tutti i punti del corpo in cui ha subito infortuni durante la carriera. Come se non bastasse, si trova di fronte un avversario molto più possente di lui. Si spaventa e pensa che non è giusto, il duello è impari. Poi si guarda intorno, pensa che deve combattere. Un secondo dopo si convince: ‘voglio combattere’, dice a se stesso”. Il sogno descrive alla perfezione la sensazione che ha portato De Chirico a ritirarsi: “si è reso conto che non stava gareggiando per sé stesso, come aveva sempre pensato, ma anche per le persone attorno a lui. In primis per tutti gli allenatori che lo avevano accompagnato durante il percorso professionale”. La scelta di dire basta ha rappresentato per lui la risoluzione del conflitto usurante con sé stesso e con gli altri.
Il confine tra dovere e volere è labile. Lo dimostra la vicenda di Kerri Strug alle Olimpiadi di Atlanta 1996. La ginnasta si trova in pedana: grazie al suo esercizio gli Stati Uniti potrebbero vincere la medaglia d’oro a squadre. Strug, al primo tentativo, atterra però male e si rompe i legamenti della caviglia. Si confronta con gli allenatori Marta e Bela Karolyi, che la inducono a continuare la gara: “puoi farcela, anzi devi farcela”. Strug risale in pedana e, completando con successo l’esercizio, regala agli Stati Uniti l’ambita medaglia d’oro. “Strug diventa un’icona di resistenza, ma l’episodio causa fin da subito polemiche: l’opinione pubblica critica la scelta di obbligare l’atleta, all’epoca 19enne, a gareggiare ignorando il dolore”. Si scoprirà anni più tardi che i metodi con cui le ginnaste venivano indotte a competere erano nocive per la salute fisica e mentale. L’episodio di Atlanta era quindi solo la punta dell’iceberg di un sistema surreale, in cui l’unico scopo – come troppo spesso accade nel mondo dello sport – era l’ottenimento della vittoria a scapito di qualsiasi cura della persona.