“Immagina di essere una donna nera. Sei donna e sei nera, quindi non conti nulla”. È con queste parole e con l’immagine dei campi di cotone che si apre Noire, l’installazione immersiva di realtà aumentata visitabile dal 12 al 24 febbraio al Polo del Novecento. L’opera di Pierre-Alain Giraud e Stéphane Foenkinos è tratta dal libro Noire. La storia sconosciuta di Claudette Colvin di Tania de Montaigne. L’obiettivo del percorso, fruibile grazie a visori e cuffie a conduzione ossea, è quello di far immergere il visitatore nella vita di una giovane donna nera nell’Alabama degli anni Cinquanta.
Una volta indossato il visore, sei tu quella giovane donna. Ti chiami Claudette Colvin, hai 15 anni e sei seduta sul bus che ti riporta a casa da scuola. Sei in Alabama ed è il 1955, perciò se sei una persona nera puoi sederti solo nelle ultime dieci file dell’autobus, a patto che non ci siano persone bianche in piedi. In quel caso, devi cedere il tuo posto. Ma non basta, perché bianchi e neri non possono stare seduti vicini. Così, per ogni persona bianca che si siede quattro neri devono alzarsi.
Ti chiami Claudette Colvin, stai tornando da scuola e quando una donna bianca ti fissa in silenzio perché sedersi è un suo diritto e cederle il posto è un tuo dovere tu rimani seduta.
Ti chiami Claudette Colvin e hai pagato quella corsa quindi no, non ti alzi. Alla fermata successiva due agenti di polizia salgono sul bus e ti trascinano giù con la forza, poi ti arrestano.
Ti chiami Claudette Colvin, hai 15 anni e urli “sono anche io una persona”. Trascorri una notte in galera, dove vieni insultata: “Sporca negra” e “Brutta troia negra” ti urlano. Se sei una donna funziona così: la prima offesa riguarda sempre i tuoi costumi sessuali. Quando tua madre e il reverendo pagano la cauzione e sei finalmente libera, la prima cosa ti chiedono è “come stai?”. Quello che temono, ma non ti chiedono, è che tu sia stata picchiata o violentata.
Sei uscita illesa dalla cella, ma i guai per te sono appena iniziati. Vieni portata davanti a un giudice, che ti contesta tre reati: resistenza a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica e mancata osservanza delle leggi di segregazione razziale. Nonostante uno dei due poliziotti testimoni a tuo favore e racconti che no, non li hai aggrediti, vieni condannata. Avere precedenti penali nell’Alabama degli anni Cinquanta è una seconda condanna: non si possono frequentare alcune scuole, non si può accedere a certe professioni. Decidi di fare ricorso, ma il giudice ritira le accuse di mancata osservanza delle leggi di segregazione razziale e di disturbo della quiete pubblica. Rimane soltanto la resistenza a pubblico ufficiale e tu vieni condannata. Secondo una logica strana e perversa, la stessa discriminazione razziale che ti ha condotta davanti a quel giudice viene eliminata: il tuo caso perde ogni rilevanza nazionale e non sarà giudicato dalla Corte suprema.
In una delle rare uscite incontri un uomo dalla pelle chiara, di dieci anni più grandi e iniziate a frequentarvi. Scopri di essere incinta, ma hai solo 16 anni e frequenti ancora la scuola, che ti può espellere per una gravidanza. Viene deciso che frequenterai fino alle vacanze di Natale, poi sarai dichiarata malata: l’onore è salvo. La pancia inizia a farsi vedere prima del previsto, vieni espulsa. Hai 16 anni e devi cambiare città, trovare un lavoro e ricominciare tutto daccapo. Partorisci un bambino, che ha gli occhi e la pelle chiari, e ogni sguardo che si posa su di te è colmo di riprovazione. Ti trasferisci a New York e lavori nell’assistenza sanitaria.
Prima di Rosa Parks, prima del sogno di Martin Luther King, prima del boicottaggio degli autobus ci sei stata tu, Claudette Colvin. Anche se la tua storia si è confusa con la sofferenza e la prevaricazione patite da tutte le persone nere nell’Alabama degli anni Cinquanta. Il tuo atto di disobbedienza civile ha preparato quello di Rosa Parks, che è diventata il simbolo della lotta all’odio razziale perché la sua carnagione era abbastanza chiara da non essere scomoda per i bianchi. Siamo di nuovo in un campo di cotone e ci sei tu, Claudette Colvin, che sei stata “tutto quello che non dovevi essere per essere Rosa Parks”.