La difficile memoria del genocidio di rom e sinti

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Sono passati 81 anni dalla macelleria nazista. E dopo 81 anni, ancora non si conosce con certezza il numero di rom e sinti uccisi nei campi di sterminio. Un popolo dimenticato dalla storia ufficiale, che ancora oggi continua a subire discriminazioni e pregiudizi. È proprio in occasione della Giornata della Memoria, oggi 27 gennaio, che Carla Osella, sociologa e pedagogista, ha affrontato questo tema presso la sede nazionale A.I.Z.O. Rom e Sinti.

“La Dottoressa”, come la chiamano affettuosamente i membri della sua comunità, da oltre 50 anni condivide la vita e il peso di una quotidianità segnata dall’emarginazione. Un impegno fatto di ascolto, presenza e memoria, accanto a storie spesso rimosse: quelle di nomadi, giostrai e comunità stanziali, tra natura, arte, musica e stereotipi.

Secondo le stime sull’Olocausto, circa 500mila rom e sinti furono uccisi nei campi di sterminio. Su una popolazione di circa 12 milioni sparsi in tutta Europa, al termine della guerra ne sarebbe rimasto poco più di un milione. “Che fine abbiano fatto, non si sa”, racconta con dolore Carla Osella. “Dal 2005 faccio annualmente il giro dei lager utilizzati durante la seconda guerra mondiale”. In questi viaggi, spiega, ha spesso dovuto raccontare a bambini e ragazzi l’orrore vissuto dalle generazioni precedenti, il dolore e la rabbia di sentirsi cancellati dalla memoria collettiva.

Tra i presenti all’incontro, diversi membri della comunità rom e sinta hanno condiviso i racconti tramandati dalle proprie famiglie. “Hitler mandava lettere a casa delle nostre famiglie in cui chiedeva denaro in cambio delle ceneri dei nostri parenti”, ha raccontato una donna, rievocando le parole della madre. “I suoi fratelli e numerosi cugini sono stati deportati nei campi di sterminio. Solo una persona è tornata, si è salvata mangiando le radici delle piante scavando nella terra durante il viaggio di ritorno”. “Mio nonno invece è stato deportato nei campi e sua mamma era talmente triste, preoccupata e distrutta dalla cosa che si è ammalata ed è morta – ha raccontato una giovane ragazza – Del nostro popolo non si sapeva nulla, nulla. E il non sapere l’ha distrutta”.

Un dialogo tra culture che si intreccia alle vite di chi c’era, trasformando la memoria in racconto vivo. Per ricordare, ancora una volta, che “il non parlare non diventa mai storia”.

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