Raccontare le migrazioni: una sfida per il giornalismo del futuro

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Sbarchi, profughi, Ong taxi del Mediterraneo, marce pro-migranti, clandestini, accoglienza, paura, morti. Oggi più che mai, l’immigrazione è al centro della vita giornalistica italiana. Ma come si può descrivere una vicenda umana così delicata, senza (s)cadere nei soliti stereotipi? Al Salone del Libro di Torino, il corrispondente de La Stampa Domenico Quirico ha messo all’angolo un certo modo di raccontare la migrazione, quello più tradizionale, quello del pezzo cotto e mangiato in un attimo: «È un atto di arroganza giornalistica pensare di poter spiegare un viaggio di anni e anni in 50-60 righe, magari intervistando il migrante che passa. Nessun migrante ci racconterà precisamente cosa ha passato: per il limite della lingua, per un momento che fisiologicamente non ricorda, perché quello che ha vissuto non è un qualcosa di trasmissibile». Secondo Quirico il giornalismo d’oggi va troppo alla ricerca delle storie a lieto fine, con l’happy end: «La migrazione, invece, è una storia tremenda, c’è solo dolore e tragedia».

A supporto di questa tesi, il report pubblicato dal Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino sul rapporto tra media e migrazioni in Italia realizzato per l’Ethical Journalism Network e relativo ai dati di tutto il 2016 ha registrato un calo significativo dei toni allarmistici, che scendono al 27% degli articoli (contro il 46% dell’anno precedente). Alcune tematiche “ansiogene”, così definite dall’Osservatorio della Carta di Roma, però, permangono, soprattutto allo scopo di segnare una differenza “noi contro loro”. In particolare, riguardano tutti i casi in cui si stabilisce una relazione tra migrazioni e terrorismo, criminalità e insicurezza.

«La migrazione In Italia è iniziata nella primavera del 2011, con la partenza dei tunisini verso Lampedusa. Che cosa abbiamo ottenuto nel racconto giornalistico di questa vicenda umana? Zero», sentenzia Quirico, «anzi, un’ipocrisia ributtante e un aumento della cretineria collettiva».

Il dato che emerge in modo più evidente dal report è la centralità dell’argomento sulla carta stampata: nel corso del 2016 sono 1622 le notizie dedicate al tema dell’immigrazione, il 10% in più del 2015, anno che già aveva segnato un picco di visibilità (e di sbarchi). In base al rapporto della Carta di Roma, risulta una certa continuità nel trattamento del fenomeno: sono solo 12 i giorni nel 2016 senza alcun titolo sui migranti sui quotidiani analizzati.

Un approccio che vuole mettere i “numeri” in un angolo perché, secondo l’inviato del quotidiano torinese, non sono sufficienti a descrivere un fenomeno. Sufficienti no, ma utili sì, se contestualizzati correttamente. Una situazione, tuttavia, emersa dall’analisi di un periodo storico non ancora investito dalle polemiche sull’azione delle ong e, secondo alcune ipotesi emerse dalle Procure di Catania, Palermo e Trapani, dalle infiltrazioni del mondo malavitoso.

«Raccontiamo solo i problemi della migrazione, non le soluzioni. Nel 2016, tra migranti e rifugiati, sono morte 1364 persone, ma non ne abbiamo raccontato uno» ammette Niccolò Zancan, corrispondente de La Stampa. In questo senso, è rilevante un dato che riguarda l’aspetto dei telegiornali: immigrati, migranti e rifugiati hanno voce solo nel 3% dei servizi. Il fenomeno che li riguarda è infatti presente nei telegiornali attraverso il racconto di istituzioni, cittadini ed episodi particolari ma manca quasi completamente l’autonarrazione di chi vive le migrazioni in prima persona. Rispetto ai temi correlati alle storie, il lavoro riporta che si parla soprattutto di “accoglienza” (34% delle informazioni), e di “flussi migratori” (24%). Resta marginale il tema dei corridoi umanitari, di grande rilevanza sul piano geopolitico: sono solo 12 i titoli (o articoli) che trattano il tema in modo esaustivo. Si parla invece tre volte in più di questioni sociali e culturali collegate al fenomeno, con un taglio negativo.

EMANUELE GRANELLI