La voce delle donne non viene presa sul serio. È questo il significato dietro al concetto di ingiustizia epistemica della filosofa Miranda Fricker, che stamattina è stato al centro dell’incontro “Quando la voce delle donne non viene presa sul serio: ingiustizia epistemica, credibilità e competenza”, tenutosi al Politecnico. L’evento, è stato organizzato dai Cug dell’Università di Torino, del Politecnico e dell’Università del Piemonte Orientale, con il supporto del Cirsde e del Centro di studi di genere del Politecnico, ed è stato introdotto da interventi di diverse figure apicali delle università coinvolte.
Per ingiustizia epistemica si intende quel fenomeno sottile ma profondamente radicato che colpisce le donne, le cui parole e competenze vengono svalutate e sminuite a causa dei pregiudizi di genere. È un tema che dovrebbe stare particolarmente a cuore alle università “che fanno della conoscenza la loro missione”, spiega Andrea Silvestri, Direttore generale di Unito. “Il tempo in cui viviamo pone sotto minaccia la conoscenza – dice – ma se a questo aggiungiamo ulteriori lenti distorsive come la disparità di trattamento di genere, le implicazioni diventano ancora più gravi”.
Come chiarisce infatti la professoressa di Ingegneria Alessandra Colombelli, questa ingiustizia non rimane sul livello teorico ma ha un “impatto negativo sulla carriera professionale” delle donne in ambito universitario. Per questo è importante parlarne, per compiere “un primo passo fondamentale per conoscere il fenomeno”. A sottolinearlo sono più voci, tra cui Carla Tinti, Vicedirettrice per il benessere, l’inclusività, le pari opportunità di Unito, secondo cui l’ingiustizia epistemica si deve collegare al concetto di autorità epistemica, cioé alla tendenza ad attribuire più valore a quelle figure che si ritengono di autorità. Per Tinti, e come dimostrano diversi studi, a parità di ruolo si tende ad attribuire questa autorità più ai professori che alle professoresse, che quindi non vengono messe sullo stesso livello di credibilità. Un meccanismo che, come ricorda la prorettrice del Politecnico, Elena Maria Baralis, non è però limitato al genere: riguarda chiunque si trovi in una posizione di minoranza, senza la possibilità di far sentire la propria voce.
Ma cosa possono fare le università per contribuire al cambiamento? Per il prorettore dell’Università del Piemonte Orientale, Gianluca Gaidano, bisogna intervenire su due fronti. Innanzitutto, garantire una presenza numerica femminile nei ranghi della ricerca, che attualmente in molti settori disciplinari è “inadeguata sia rispetto alle competenze che nel paragone con altri paesi”, spiega. Poi, educare a un ascolto vero e rispettoso attraverso le attività dei Cug (Comitato unico di garanzia per le pari opportunità).
Un impegno che, secondo l’assessore a Welfare, diritti e pari opportunità della Città di Torino, Jacopo Rosatelli, non deve rimanere confinato agli spazi della conoscenza, visto che i segnali di allarme nella società sono tanti. Due su tutti, la discussione sul ddl stupro, e il rischio di indebolimento o addirittura eliminazione della figura delle consigliere di parità territoriali. Ma “nonostante tutto è compito nostro coltivare la speranza”, ha concluso Rosatelli.