La produzione torinese è diventata più redditizia e si è trasformata. Dal 2014 al 2023, infatti, le imprese che fatturano più di 5 milioni di euro sono aumentate del 37%. Per di più, l’export si è diversificato. Se prima l’automotive era il settore dominante, ora emergono anche l’aerospazio e i macchinari. Questi i risultati della ricerca condotta da Unione industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi.
Uno studio inedito anche nella metodologia. Mentre infatti normalmente manifattura e servizi vengono considerati come due settori separati, il “Rapporto industria e servizi organizzati 2026” dice qualcosa di diverso. Infatti, “per ogni 100 euro di valore aggiunto dell’industria torinese, 47 euro sono acquisti di servizi organizzati”, quindi i due poli creano un “unico nucleo produttivo esteso”.
Attorno a questo nucleo ruota la crescita, non solo quella numerica delle imprese. Salgono infatti anche il fatturato (+56%), gli addetti (+24%) e il valore aggiunto (+50%). Ma il Rapporto sottolinea che proprio su questo si gioca una sfida. Bisogna infatti chiarire dove andrà questa redditività e se si riuscirà a trasformarla in investimenti nei settori a maggiore crescita.
Ci sono infatti due tensioni con cui fare i conti. La prima, il valore aggiunto sale meno del fatturato: le imprese guadagnano, ma non creano valore in proporzione. Così, la crescita è più quantitativa che qualitativa. La seconda, per investire le imprese dovranno fare affidamento soprattutto sui propri utili. Negli ultimi 15 anni, infatti, il credito bancario alle imprese produttive torinesi è calato del 30% in termini reali.
A pesare sulla qualità della crescita è anche il modo in cui la produttività corre a velocità diverse nei vari settori. Se la manifattura accelera e resta il motore del sistema, l’Ict e i servizi alle imprese calano del 13%. Così, “il settore che avrebbe potuto spingere il terziario ad alto valore aggiunto perde produttività e peso”. I motivi sono chiari: le imprese sono troppo piccole e spesso gravitano su Milano. Anche i servizi alla persona, pur crescendo molto come occupazione, restano a bassissimo valore aggiunto. Così, la terziarizzazione pesa e non “spinge la produttività totale”.