Prima Facie: al Colosseo uno spettacolo per parlare di violenza sessuale

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“Io non sono qui per ottenere qualcosa. Lo faccio solo per proteggere altre donne. Tutto quello che so è che da qualche parte. Ad un certo punto. In qualche modo. Qualcosa deve cambiare”. Sono queste le parole di Suzie Miller, drammaturga australiana, autrice della pièce Prima Facie. E qualcosa, dopo essere stati a teatro, cambia.

“Lo spettacolo ha questa capacità di far vedere che il pubblico si trasforma – racconta l’attrice Melissa Vettore -. Appena finisce, in ogni posto dove andiamo si trova questo gruppo, non solo di associazioni di donne, ma di studenti, di docenti, anche di poliziotti, infermieri, psicologi che vogliono far parte di questo movimento che è diventato Prima Facie”. Il 26 e 27 marzo l’opera arriva a Torino e andrà in scena la Teatro Colosseo con la regia di Daniele Finzi Pasca.

Attrice italo-brasiliana, Melissa Vettore interpreta la protagonista, Tessa, un’avvocata penalista di successo che crede fermamente nel sistema giudiziario e nelle sue regole. Per lei la legge è una macchina che funziona, a patto che ognuno svolga il proprio ruolo. “Quello che mi ha richiamato l’attenzione – racconta Vettore – è che il testo parla di violenza contro le donne ma in un modo molto particolare perché parla della giustizia seguendo il percorso di una persona che entra in contraddizione”. Ma non è la donna a entrare in contraddizione, è l’avvocata. Quando Tessa vive l’esperienza di una violenza sessuale, tutto il suo mondo, il mondo in cui credeva, implode. E si ritrova a sperimentare in prima persona i meccanismi del sistema giudiziario: l’interrogatorio, il sospetto, il peso della prova, la messa in discussione della parola di chi denuncia.

Melissa Vettore in una scena dello spettacolo teatrale Prima Facie (credits: Compagnia Finzi Pasca)

“Quando Tessa dice nel finale ‘Qualcosa deve cambiare’, sta dicendo ‘Facciamolo. Facciamolo insieme, facciamolo adesso’. E parte dal punto di vista legale, no? Le cose devono cambiare nella legge – continua Vettore -. Però lì ci apre anche a tutto il mondo della prevenzione, di parlare con i giovani, dell’educazione affettiva che gli uomini devono prendere in mano. È lì che dobbiamo entrare in dialogo con i giovani per capire, perché lì, forse, troviamo il modo di fare prevenzione”.

E poi il consenso. Nel contesto italiano il tema è di nuovo al centro del dibattito pubblico per le modifiche al Ddl stupri proposte dalla senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, che ha cancellato il consenso “libero e attuale”, come invece prevedono le indicazioni della Convenzione di Istanbul, uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per contrastare la violenza contro le donne e ratificato dall’Italia nel 2012. “In scena abbiamo un oggetto acrobatico, esattamente nella scena dell’esperienza della violenza, che metaforizza molto questa sensazione di aver piacere con qualcosa e poi volersi fermare ma non riuscire più” spiega Vettore. “Credo che per prima cosa si debbano ascoltare le associazioni che si occupano di violenza di genere. Loro sanno di cosa stanno parlando, hanno i numeri e hanno le competenze – continua Vettore -. La parola deve essere veramente spiegata, no? Beh per prima cosa il consenso può cambiare ad ogni minuto”. Oppure, spesso viene dato per scontato o addirittura ignorato.

A mostrare quanto il consenso sia un tema rilevate e delicato da maneggiare è stato il caso di Gisèle Pelicot. La donna, dopo essere stata sottomessa chimicamente, ha subito ripetutamente gli stupri da parte di più di 50 sconosciuti che il marito contattava attraverso delle piattaforme online. La sua storia è diventata è un caso mediatico, prima in Francia e poi in tutto il mondo. Fino a quando lei stessa non si è riappropriata della sua storia. Prima volendo un processo pubblico e poi scrivendo il suo memoir Un inno alla vita. E infine regalando a tutte e tutti la frase, che poi è diventata lo slogan del movimento femminista, “La vergona deve cambiare lato”.

“Lo spettacolo apre a tutti questi temi – conclude Vettore – e poi adesso arriva Gisèle Pelicot e con questa frase ci spinge un più avanti”.

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