La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Pezzana: “Noi omosessuali eravamo un problema per tutti, da destra a sinistra”.

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Impegno, cultura, partecipazione: basterebbero queste tre parole per descrivere Angelo Pezzana, un omosessuale realmente rivoluzionario, che ha dedicato alla battaglia per l’uguaglianza sostanziale più della metà della sua vita. Mezzo secolo fa, Pezzana ha fondato Fuori! (acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), un’associazione attiva a partire dagli inizi degli anni Settanta e dedita alla lotta per i diritti degli omosessuali. Un’esperienza figlia dei movimenti culturali sessantottini, che hanno avuto il merito di creare un’atmosfera più aperta, preparando il terreno per il superamento di uno status quo rigidissimo, che vietava ai giornali di utilizzare la parola “omosessuale” e costringeva le persone gay a incontrarsi in posti isolati, come le ultime file dei cinema, le stazioni dei treni o i parchi pubblici, ovviamente a notte fonda, al riparo dallo sguardo giudicante delle persone reputate “normali”. Un clima di avversione totale che era comune a tutto lo spettro politico, anche agli schieramenti che solevano etichettarsi senza troppi problemi come “progressisti”.

A tal proposito, Pezzana ricorda: «Per quelli di destra eravamo degli sporcaccioni, per i cattolici dei peccatori da redimere, per i comunisti comunque un problema. Ci etichettavano variamente come “pederasti”, “invertiti”, “froci” o “culattoni”. Tutti termini atti a sostituire una parola giudicata pericolosa, talmente sovversiva da non potere neppure venire pronunciata ad alta voce». Forse è per questo che Pezzana, oggi ottantenne, rifugge da qualsiasi ideologia. Pezzana è un simbolo non soltanto per Torino, la città in cui il movimento Fuori! prese il via, ma anche per tutta quella parte d’Italia, omo o etero, che ha sempre amato la libertà propria e quella altrui: ha svolto per anni la professione libraio indipendente, fondando la libreria Hellas di Via Bertola nel 1963 e, qualche anno dopo, la Luxemburg, considerata ancora oggi tra le dieci librerie più belle in Europa.

Quali sono state le tappe che hanno portato alla nascita di “Fuori!”?

“Alla fine degli anni Sessanta, Feltrinelli pubblicò “Diario di un omosessuale”, un libro in cui lo psicanalista cattolico Giacomo Dacquino aveva trascritto in maniera del tutto illegale le sedute di un noto personaggio torinese, omosessuale, che avrebbe potuto “guarire” grazie alle sue cure. Il libro fu recensito da Andrea Romero sulla terza pagina del quotidiano La Stampa, con un articolo dal titolo abbastanza ambiguo, L’infelice che ama la propria immagine. Così decidemmo di scrivere una lettera a firma mia e di un lungo elenco di redattori Einaudi, intellettuali e cittadini torinesi. Non si trattava di un attacco personale a Romero, persona per bene e mio cliente storico, ma dell’atto di nascita di una vera e propria battaglia culturale. Qualche giorno dopo, il segretario di redazione rispose alla nostra lettera snobbandoci e sottostimando il problema, dicendo che di quel tema si era già parlato anche troppo. A partire da quell’evento facemmo rete e, in una notte dell’aprile del 1971, nacque il nucleo embrionale del movimento Fuori!”.

Come si articolava la vostra azione politica?

“Nel dicembre del 1971 abbiamo pubblicato il numero zero della rivista “Fuori!”. La tiratura, inizialmente, era fortemente limitata, circa mille copie, ma dopo pochi mesi riuscimmo a raggiungere le 20mila; successivamente, facendo tesoro delle conoscenze che avevamo in ambito editoriale, riuscimmo a diffonderla in quasi tutto il territorio nazionale. Abbiamo raccolto finanziamenti anche grazie all’aiuto di diversi artisti che, in maniera disinteressata, hanno deciso di darci una mano, come Ugo Nespolo. A partire dal 1974 ci siamo federati al Partito Radicale, perché ci siamo resi conto che le loro battaglie intersecavano alla perfezione le nostre; del resto, stavamo lottando per i diritti civili e, in Italia, l’unico partito che portava avanti questi intenti era quello di Pannella. Abbiamo combattuto per essere visibili, mai per esibire: non c’era proprio niente da esibire”.

Qual è stato il momento di svolta per il vostro movimento?

“L’occasione fu il primo Congresso internazionale di Sessuologia del CIS, Centro Italiano di Sessuologia, sul tema “Comportamenti devianti della sessualità umana” che si svolse nel Casinò di Sanremo dal 5 all’8 aprile 1972 allo scopo di riconoscere esplicitamente l’omosessualità come una malattia. La notizia della Conferenza fu colta dal Fuori! come la prima concreta opportunità per uscire alla luce del sole, sia come persone che come movimento. Organizzammo una manifestazione per contestare la conferenza, avvisando la Rai e alcune testate nazionali. Il nostro obiettivo era piuttosto chiaro: eravamo lì per affermare che l’omosessualità è un orientamento sessuale, non una malattia da curare. E che di lesbiche e omosessuali volevamo parlare noi. In quell’occasione, La Stampa mandò l’inviato Luciano Curino, persona colta, un mio cliente della libreria Hellas in Via Bertola. Fu lui a scrivere per la prima volta la parola “omosessuale” su un giornale. Fu una vera e propria rottura linguistica”.

A settembre, una grande mostra al Polo del ‘900 ripercorrerà la storia di Fuori! attraverso manifesti, fotografie e documenti. Uscirà un libro con la riproduzione delle irriverenti copertine della rivista Fuori!, la voce del movimento, pubblicata tra il ‘71 e l’82.