“L’impatto non è un qualcosa che accade in modo casuale, ma deve essere ricercato e considerato in tutte le parti della produzione”. A dirlo è Sandra Whipham, executive director di Doc Society durante il panel How documentary funders think about impact and what journalism can learn from them all’International Journalism Festival di Perugia. Secondo Whipham, “coinvolgere le comunità, le persone è centrale perché il prodotto possa avere un impatto quando esce”: vale per i documentari, ma vale anche per i prodotti giornalistici. La collaborazione, infatti, è centrale: “L’impatto è orizzontale, riguarda la collaborazione tra tutti. Istituzionalizzare questa operazione è difficile perché magari non tutti comprendono le istanze degli altri: per questo serve qualcuno che abbia l’autorità di coordinamento”.
Secondo Nina Sachdev, deputy director external affairs Media Impact Funders, la definizione di impatto può variare molto, a seconda del contesto e delle persone: può garantire la migliore comprensione di un argomento, può indicare un’influenza culturale. Alle volte, aggiunge Raney Aronson-Rath – editor in chief di Frontline – l’impatto deriva dalla semplice azione di pubblicare un contenuto e renderlo accessibile a quante più persone possibile: oggi, il 60 per cento del pubblico di Frontline proviene da fuori gli Stati Uniti. La pervasività dei contenuti prodotti da Frontline è, al tempo stesso, una risorsa e un rischio. “Il rischio è al cuore di ciò che facciamo ogni giorno. Consideriamo non solo giornalisti e operatori, ma anche la sicurezza di chi contribuisce a vario titolo”. Il consenso al trattamento dei dati, infatti, nell’esperienza di Aronson-Rath è cruciale e deve essere sempre libero e informato, ma soprattutto deve essere aggiornato. A Frontline, racconta, “abbiamo un occhio di riguardo per l’attualità: quando i talebani sono tornati al potere in Afghanistan avevamo filmato delle testimonianze di donne per un progetto. Prima di pubblicare abbiamo chiesto una seconda volta il consenso alla pubblicazione e due di loro ci hanno chiesto di anonimizzare il loro volto”. Il rischio è, appunto, al centro del lavoro di Doc society: “Lo valutiamo sempre e sempre di più in relazione anche alle voci presenti ma non giornalistiche. Abbiamo anche un protocollo per aiutare i finanziatori a considerare la mitigazione del rischio in relazione al progetto che vogliono finanziare. Il rischio, infatti, assume forme molto diverse: legale, personale, reputazionale”. Finanziare un progetto condotto in modo non etico, però, è tra le situazioni potenzialmente più dannose, perché rischia anche di intaccare il rapporto di fiducia instaurato con le comunità che il prodotto desidera raggiungere.
Centrale nella valutazione di impatto è anche il potere dei social media: “Ci si deve sempre chiedere che cosa succederebbe se una parte di quel prodotto venisse estrapolata dal contesto e pubblicata autonomamente sui social”. Dello stesso avviso è anche Lauren Pabst, senior program officer della Journalism and Media program MacArthur Foundation, che parla della maggior diffusione dei prodotti editoriali come di un ulteriore strato di rischio. Sono considerazioni che valgono tanto per chi realizza documentari o film quanto per chi si occupa di giornalismo, in qualsiasi forma: audio, video, carta stampata. Nonostante il giornalismo non sia attivismo “penso l’impatto sia centrale” dice Aronson-Rath. “Siamo indipendenti – spiega – ma ci chiediamo come amplificare l’impatto della storia che stiamo raccontando”. La rilevanza di ciò che si porta alla conoscenza del pubblico, argomenta Pabst, è il punto di congiunzione tra giornalismo e documentari. Due settori che dialogano poco, nonostante siano mossi da domande di partenza molto simili.