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Ortoleva: “Pasolini teorico dei media era banale. Come autore era straordinario”.

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Il 5 marzo di 100 anni fa nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini. L’autore, nelle sue tante e multiformi espressioni, è impossibile da riassumere, ma la sua importanza per la cultura e la storia del nostro Paese è talmente grande da renderlo quasi necessario per capire l’Italia e il suo popolo. L’artista ha lasciato segni indelebili nella letteratura, nel cinema, ma anche nel mondo dei media come i giornali e la televisione, guardandoli da dento e da fuori. A un secolo dalla nascita e quasi mezzo dalla scomparsa, sulle cui ombre non si è mai fatta luce, il professor Peppino Ortoleva, teorico dei media e docente dell’Università di Torino ormai in pensione, delinea l’eredita del lavoro pasoliniano, decostruendone i miti. Il pericolo, secondo Ortoleva, è scomporre la figura in pezzi, perché si rischia di perdere l’uomo.
Il totale, in fondo, è sempre maggiore della somma delle sue parti.

“Pasolini è un uomo di straordinaria intuizione, di incredibile orecchio. Questa è una caratteristica pazzesca che spesso non si nota. Aveva un grandissimo occhio, come si vede nei suoi film, ma aveva anche uno straordinario orecchio che catturava molto spesso anche aspetti superficiali di una serie di fenomeni di quell’epoca – spiega il prof Ortoleva –. Questo lo faceva in tutti gli aspetti del suo lavoro. Che fossero gli articoli, che fossero i film, che fossero anche i romanzi. E poi possiamo metterci a dire che era analista sociale, che era questo, che era quell’altro eccetera. Certamente è stato molte cose: scrittore, giornalista e così via, ma prima di tutto è una figura specifica come insieme, nel bene e nel male, perché si muove come un unico nella realtà non solo italiana di quel periodo”.

Ortoleva: “Il discorso sulla Tv? Una banalità”

Il poeta è anzitutto un testimone, un osservatore/ascoltatore della società. Un intellettuale capace di guardare in faccia il mondo che cambia, a volte capendolo e a volte fraintendendolo, forse perché non sempre include sé stesso nel discorso. Un episodio specifico passato alla storia del piccolo schermo nostrano è l’intervento di Pasolini nel programma “Terza B, facciamo l’appello”, del 1971, condotto da Enzo Biagi, dove da intellettuale critica la televisione italiana, colpevole di instaurare un rapporto asimmetrico e asincrono con lo spettatore, di omologare la popolazione e corromperne l’originaria purezza. Il professor Ortoleva però esprime scetticismo sull’originalità di questa posizione.

“Il discorso di Pasolini sulla televisione era già allora una banalità. Già all’epoca moltissimi, come Popper e Sartori, dicevano: ‘Aiuto la televisione ha rovinato il popolo, ha distrutto la cultura’. Non era solo Pasolini a dirlo e non era certo un’idea sua. La differenza sta nel fatto che Pasolini lo diceva in un modo particolarmente raffinato e lo inseriva in un contesto particolare: quello della rappresentazione nostalgica e idealizzata del popolo prima della modernità”.

Il punto centrale della critica della tv è un sostanziale rifiuto del cambiamento, in virtù del pregiudizio che il passato fosse un’epoca d’oro per quanto riguarda la purezza delle persone del popolo.

“Nel suo discorso sulla televisione c’è in sostanza la rappresentazione di una perdita dell’innocenza del popolo prima della modernità, perché la televisione è il concentrato della modernizzazione della società. È ‘la scomparasa delle lucciole’, come la definiva in un famoso articolo. Ma il popolo prima della modernità era straordinario? Assolutamente no. È un’idea di Pasolini”.

Ortoleva decostruisce il mito del poeta sepolto a Casarsa, perché l’uomo anche nei suoi errori, conserva dei picchi di genialità assoluta.

Comizi d’amore: l’errore come vero valore

“C’è un’opera, che non è tra le più note della sua produzione, che ci permette di capire molte cose. È un film del 1965 intitolato ‘Comizi d’amore‘. Pasolini realizza questo documentario mentre sta viaggiando l’Italia per cercare luoghi e comparse per “Il Vangelo secondo Matteo” e lo gira con la tecnica del cinema verità, inventato poco tempo prima in Francia. Anche questa innovazione dimostra l’intuito del regista”.

La svolta però, secondo Ortoleva, sta nelle premesse errate: “Pasolini pensa di sapere cosa troverà, crede che le persone che intervista corrispondano all’idea che ha in mente. Gli operai culturalmente e politicamente avanzati, il sud arretrato, ognuno prevedibile in base all’apprtenenza sociale. La verità è che ciò che trova è ben diverso. Pasolini non capisce molte cose che gli intervistati gli raccontano, si trova di fronte a delle risposte che dimostrano che molte delle categorie che ha usato sono sbagliate, perché semplicemente il Paese sta cambiando”.

Questa incomprensione di fondo non è però un difetto. L’opera riesce ad andare oltre i pregiudizi del suo autore e a raccontare un fenomeno. Rivela tutto il talento del Pasolini cronista, che invece di pontificare, mostra un realtà che sfugge alle categorie. Perché, come diceva Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”.

“Pasolini scriveva splendidamente tutti i giorni o tutte le settimane. Egli è stato una firma di spicco del Corriere della Sera e del settimanale Epoca. Che cosa faceva scrivendo? diverse, cose, ma i due estremi erano da un lato predica, dall’altro la cronaca. Negli ‘Scritti Corsari’ Pasolini si confronta con dei fatti di cronaca con delle intuizioni stupefacenti. Negli anni si è dato molto più risalto al Pasolini predicatore che al cronista, alle dichiarazioni roboanti al posto delle osservazioni più minute.

La conclusione cui arriva il professor Ortoleva è quella cui siamo partiti: Pasolini come teorico dei media ha una produzione scarna e non originale, ma come autore è profetico:

“È uno dei pochi intellettuali italiani che si siano seriamente interrogati sulla comicità. Non è stato un vero teorico, perchè a parte un breve saggio su Chaplin la sua produzione è troppo frammentaria, ma il lavoro che fa con Totò in ‘Uccellacci e uccellini’ per riflettere sulla comicità non lo fa tanto teoricamente quanto come mezzo stesso. Pasolini quando parla dei media è predicatorio, quando lavora sui media giunge a risultati di grandissimo interesse”.

La critica è il gesto di amore che un allievo fa al maestro. Un amore che Ortoleva definisce “tormentato”. Ma, come afferma il professore: “Pasolini è un personaggio troppo serio e importante per lasciarlo ai suoi mitizzatori”, perché gli autori con cui si può ancora discutere e dialogare, sono vivi e non muoiono mai.

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