Omer Benjakob (Haaretz) e gli avatar della disinformazione

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Sulla piattaforma Advanced Intact Media Solution (Aims) più di trentamila persone possiedono un indirizzo email verificato, una nazionalità, un numero di telefono un profilo per ogni social più importante. Il problema? Nessuna di loro esiste. Eppure, tutte investono in criptovalute, chattano su Discord, comprano su Amazon. O, peggio, sono pronte a essere attivate per una campagna elettorale, per saturare le conversazioni o per generare rumore. Ma Omer Benjakob, giornalista investigativo per Haaretz, mette da subito le cose in chiaro: non si tratta di bot. Nel suo intervento al Festival internazionale del giornalismo di Perugia – The fake human industry: inside disinformation-as-a-service – Benjakob afferma che il termine sia fuorviante: bot ricorda robot e spesso suggerisce qualcosa di meccanico, mentre qui siamo davanti a identità progettate per sembrare reali e per superare i controlli delle piattaforme.

È il fenomeno della Disinformation as a Service, che il giornalista descrive come un vero e proprio processo di industrializzazione della disinformazione, trasformata in un servizio commerciale. La differenza con la disinformazione classica – siti di bufale, notizie inventate – è netta ed è basata sulla credibilità. Col tempo il pubblico imparava a riconoscere le seconde. L’industria della disinformazione supera il problema perché costruisce soggetti credibili, capaci di abitare il digitale come utenti qualsiasi. Ogni elemento – dall’attivazione di un vero account su Whatsapp all’investimento in criptovalute fino all’utilizzo di foto diverse per piattaforme diverse – si basa su questo: creare delle identità più umane degli esseri umani. Più credibili.

Benjakob è entrato in questo mercato fingendosi cliente. Si è presentato come un intermediario vicino a un leader africano e ha chiesto aiuto al mondo dell’industria della disinformazione israeliana. Nel giro di quattro o cinque mesi, il giornalista ha avuto incontri con tre aziende che offrivano diverse versioni di questo servizio, con l’utilizzo di diverse tecnologie: “In Israele – spiega il giornalista, con un tocco di ironia – puoi fare questo tipo di richieste senza che ti venga chiesto una qualche forma di autenticazione. Da questo punto di vista, si tratta di un Paese molto permissivo”. Da qui è nato il progetto di giornalismo investigativo Story Killers.

L’esistenza di queste realtà per la creazione di identità fittizie, per Benjakob, è un problema politico. Gli account creati non servono tanto per convincere il pubblico reale, quanto per diluire. Se la conversazione è popolata da identità false, il valore delle nostre voci – quelle reali, indipendentemente dal messaggio veicolato – si abbassa. Non è una forma di censura: è un sovraccarico.

Ai microfoni di Futura News, il giornalista spiega conseguenze e effetti reali. Alla domanda su come abbia reagito e stia reagendo l’opinione pubblica israeliana all’emersione di queste operazioni, Benjakob risponde: “Non è una scoperta recente, ma una pratica radicata. Israele vi investe da 20, 30 anni”. Ma funziona davvero? Il problema è che la disinformazione, spiega, “non costruisce consenso, ma lo distrugge e intorbidisce l’acqua. Il risultato è un sistema in cui nessuno crede più a nessuno su niente, nemmeno a Israele”. Un meccanismo che, alla lunga, si rivela controproducente.

In questo contesto entra quindi in gioco l’impatto di giornaliste e giornalisti che, in primis, devono essere consapevoli di questi fenomeni. Benjakob è sicuro di una cosa: il giornalista non deve cercare di cambiare l’opinione pubblica. Il suo lavoro, dice, è “l’opposto di quello degli avatar: non influenzare, ma rendere leggibile la realtà. Tornare ai fatti, alla verifica, alla capacità di spiegare come si costruisce una notizia”. Perché il problema è ormai più profondo e radicato.

“La gente non capisce la differenza tra qualcuno su TikTok che dice ‘l’ho letto sul New York Times’ e il giornalista del New York Times che fa il reportage. Influencer e giornalisti finiscono sullo stesso piano. I primi, però, estraggono valore dal giornalismo senza produrlo”. Per questo la soluzione, per lui, è semplice: “Smetti di cercare di combattere il gioco dei social media. Fai giornalismo. Fai un buon lavoro. Oggi pochissime persone cercano di fare del buon giornalismo”.

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