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Oltre il virus, il nuovo rapporto di Antigone sui detenuti

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Oltre il virus si prova ad andare anche negli istituti di pena, nonostante il 2020 sia stato difficile anche per queste strutture. Il XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato oggi, 11 marzo, dall’associazione, fotografa cosa è successo in questo anno di pandemia nelle carceri. A partire dai dati delle morti per Covid: 18 detenuti e 10 poliziotti. Ma anche i 13 decessi dopo le rivolte dell’8 e del 9 marzo 2020, all’inizio del primo lockdown, quando in diverse carceri del paese la paura per la situazione sanitaria e per l’ulteriore chiusura dei contatti col mondo ha innescato forti disagi nelle strutture.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione, ha evidenziato che questi eventi drammatici devono rappresentare uno “stimolo verso un impegno per muoversi sempre più verso una visione costituzionale della pena”, collaborando con l’intera amministrazione penitenziaria. Antigone ha anche iniziato un dialogo con Marta Cartabia, neoministra della Giustizia: “abbiamo proposto un tavolo per una comune visione della pena, siamo fiduciosi che sarà accolta”.

L’associazione propone inoltre delle misure per impiegare in modo ottimale le risorse in arrivo con il Recovery fund. Secondo Gonnella bisogna anzitutto incentivare l’esperienza dei detenuti all’esterno dei penitenziari “investendo sulle misure di comunità, che peraltro hanno un impatto positivo nella lotta alla recidiva”. C’è poi il problema dell’insufficienza di personale: “sono necessari più direttori, operatori, agenti, sanitari, ma anche giovani provenienti dalla ricerca e dall’università; bisogna immettere energia umana nuova”. Inoltre è necessario modernizzare le strutture, dotandole di un maggior numero di strumenti digitali, come tablet e pc.

Persiste il problema del sovraffollamento che con la pandemia “non è solo una trattamento degradante, ma anche una questione di salute pubblica” dice Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione. Nel febbraio 2020 i detenuti erano 61.230, a distanza di un anno le presenze si attestano a 53.697, con una diminuzione del 12,3%. Tuttavia dovrebbe esserci un’ulteriore riduzione di 8mila persone per raggiungere la percentuale di presenze fisiologica in queste strutture. In alcuni istituti si arriva anche al 200% dei detenuti, come a Taranto, e anche in quelli dove va meglio, come a Sollicciano (Firenze) o a Poggioreale (Napoli), il numero è comunque superiore alla capienza massima.

Per quanto riguarda l’età dei detenuti c’è un alto numero di ultrasettantenni (851 al 31 dicembre 2020), nonostante esistano misure che consentono la detenzione domiciliare. Quasi 9.500 sono invece infratrentenni, il che dovrebbe essere un’incentivo a prevedere più piani educativi e scolastici, iniziative culturali e di formazione lavorativa.

Il 2020 ha registrato un’impennata di casi di suicidio nelle carceri: si sono uccise 61 persone, il numero maggiore da 20 anni a questa parte. Purtroppo è diminuita anche l’età media, con il maggior numero di persone al di sotto dei 40 anni. C’è poi il problema dell’autolesionismo, “una questione su cui riflettiamo da anni, specie in rapporto al sovraffollamento”, dice Michele Miravalle, responsabile dell’Osservatorio Adulti sulle condizioni di detenzione di Antigone. Infatti 24 detenuti su 100 compiono questi gesti, e – prosegue – “il dato è in crescita nelle strutture dove c’è eccesso di popolazione carceraria”.

Nel corso dell’anno gli osservatori di Antigone sono riusciti a visitare 44 istituti penitenziari. Il monitoraggio ha interessato versanti particolari come la libertà di culto: nell’80% degli istituti visitati non esiste uno spazio dedicato a religioni diverse da quella cattolica, mentre nel 25% non sono entrati ministri di culto non cattolico. Alcuni dati poi interessano la presenza negli istituti dei magistrati di sorveglianza, che avendo un ruolo di garanti del rispetto della normativa penitenziaria, dovrebbero assicurare una certa presenza. Solo nel 23% degli istituti di pena i magistrati sono entrati almeno una volta al mese: “il numero minimo di visite per capire cosa avviene in istituto”, dice Miravalle.

Sul fronte delle vaccinazioni, sinora sono stati immunizzati 1000 detenuti, l’1,8% del totale, e 5mila fra gli addetti dell’amministrazione penitenziaria. A causa del sovraffollamento il virus circola più in fretta, e Antigone rileva che la media dei detenuti positivi è stata più alta rispetto a quella della popolazione libera: infatti si sono registrate 91 persone positive su 10mila nelle carceri, contro i 68 su 10mila fra quelle non recluse.

Intermittente è l’uso delle nuove tecnologie che, per i detenuti, rappresentano un’ulteriore garanzia di diritti, come quello all’affettività e allo studio. Nel 95% degli istituti monitorati è infatti possibile effettuare videocolloqui a distanza: “prima della pandemia questi strumenti digitali erano demonizzati, mentre oggi l’uso è incentivato dalla stessa amministrazione”, commenta Miravalle. Va peggio per la scuola a distanza: su 61 istituti monitorati, nella prima ondata pandemica i servizi sono stati sospesi, e solo un istituto su 4 ha ripreso a garantire la dad. Difficoltà anche nel conseguire il diploma per i minori detenuti, proprio perché non è stato possibile frequentare sufficientemente, come sottolineato da Gemma Tuccillo, Capo dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.

Nel suo intervento Bernardo Petralìa, capo dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, ha posto la questione della vaccinazione dei detenuti, evidenziando le problematiche: “la gestione non è centralizzata e non c’è una sanità dedicata ai penitenziari, quindi dobbiamo rimetterci alle scelte delle singole regioni. Ci sono tempistiche differenti che creano una notevole disomogeneità di intervento”. Altro nodo focale è la carenza di personale – specie gli operatori – per il quale si spera ci siano nuovi concorsi. Infatti “se si potenzia la loro attività tutti stanno meglio, sia i detenuti che gli agenti e si crea un circolo virtuoso”. Petralia poi sottolinea la necessità di intervenire sulle strutture: “devono essere modernizzate per garantire il funzionamento ottimale del sistema penitenziario. Bisogna puntare sull’architettura carceraria, standardizzata, che risponda ai criteri europei e costituzionali; è un punto di partenza importante per ridare umanità agli istituti di pena”.