Da Palazzo Nuovo: “Restano tre gli spezzoni della manifestazione, ma convergono in piazza Vittorio”

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Nel pomeriggio di ieri, 29 gennaio, si è tenuta una conferenza stampa aperta di fronte a Palazzo Nuovo, dove i collettivi degli studenti e alcune delle realtà che parteciperanno al corteo di sabato hannno ribadito le ragioni della protesta. “La rettrice è asservita alla politica. I giovani sono costantemente sotto attacco, chiudono gli spazi sociali perché sanno che lì si costruisce il cambiamento”, denunciano dalla scalinata dello stabile occupato. Insieme ai collettivi Studenti indipendenti e Cambiare rotta c’erano i militanti di Askatasuna, il comitato Vanchiglia insieme, Rifondazione comunista, Potere al popolo, Cobas nazionale, Cup, Usb ed esponenti del movimento No Tav. Tutti uniti nel rilanciare la manifestazione del 31: “Torino partigiana, contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali”.

Confermati i tre cortei in partenza rispettivamente da Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo, cambia il luogo del ricongiungimento, dopo un confronto tra organizzatori e autorità: non più piazza Castello, ma piazza Vittorio Veneto. Alle richieste del questore, che aveva invitato a ridurre i cortei a uno solo, gli organizzatori hanno risposto che “dovevano pensarci prima”. Ciononostante, prosegue la trattativa con le istituzioni per concordare il percorso una volta che i tre spezzoni si saranno riuniti. Dall’organizzazione per ora confermano soltanto che passerà nelle vicinanze di Askatasuna e si concluderà a Regio Parco.

Oggi pomeriggio, venerdì 30, alle 14, è invece previsto un sit-in in piazza Cln organizzato da Europa radicale, Associazione “Marco Pannella” e Associazione radicale “Adelaide Aglietta”. Anche in questo caso la richiesta è di fermare la violenza: non quella del governo, ma quella in cui si teme che possa degenerare la manifestazione di sabato, a cui le sigle radicali non patteciperanno.

“La rettrice chiude, noi apriamo”. Con questo slogan i collettivi universitari vicini ad Askatasuna hanno annunciavato, la sera di mercoledì 28 gennaio, l’avvenuta occupazione di Palazzo Nuovo. Secondo quanto riportato sui social dai militanti del Centro sociale, l’occupazione è una risposta alla decisione della rettrice Cristina Prandi di chiudere Palazzo Nuovo venerdì 23 e sabato 24 gennaio, scelta motivata dalla volontà dell’ateneo di bloccare la festa “Que viva Askatasuna”, originariamente organizzata all’interno dei locali dell’università.

Attualmente l’ingresso a Palazzo Nuovo è libero e all’interno non ci sono particolari concentrazioni di studenti. Gli esami si stanno svolgendo regolarmente, come avevano garantito gli esponenti del Collettivo universitario autonomo (Cua). Se non fosse per alcuni striscioni appesi all’esterno del palazzo, si potrebbe quasi pensare che non ci sia nessuna occupazione in corso. Una situazione diametralmente opposta a quella della primavera 2024, quando gli studenti si erano organizzati con tende e fornelli ed erano rimasti all’interno dei locali universitari per ben 39 giorni.

Da questa sera, però, dovrebbero iniziare ad arrivare manifestanti da tutta Italia in preparazione alla manifestazione di sabato 31, data della grande manifestazione nazionale (sono previsti tre cortei) organizzata per opporsi allo sgombero di Askatasuna e alle politiche del Governo Meloni.

L’occupazione ha spinto il Rettorato a una immediata replica. Già nella serata di ieri è stata diffusa una nota in cui si legge: “In merito alla notizia di occupazione di Palazzo Nuovo da parte di un gruppo di studenti, l’Università di Torino ribadisce con chiarezza che l’occupazione di spazi universitari non è una forma di confronto accettabile, perché limita i diritti dell’intera comunità accademica e compromette lo svolgimento delle attività istituzionali. Palazzo Nuovo è un luogo di studio, lavoro e servizio pubblico: deve rimanere accessibile e sicuro per studentesse e studenti, personale tecnico-amministrativo, docenti e cittadinanza che usufruisce delle attività dell’Ateneo. Qualsiasi iniziativa che impedisca o condizioni l’accesso alle strutture, interrompa la didattica o metta a rischio persone e beni è incompatibile con la responsabilità che un’istituzione pubblica deve garantire. L’Università richiede pertanto la rinuncia ad avviare l’occupazione annunciata e il ripristino immediato delle condizioni di piena agibilità e fruibilità dell’edificio”

Il Rettorato ha fatto sapere di aver già attivato “le procedure interne necessarie per la tutela della sicurezza e del patrimonio e sta valutando, in raccordo con gli organi competenti, tutte le misure previste per garantire la continuità delle attività e la tutela dei diritti della comunità universitaria”. Si è detto inoltre “disponibile al confronto nelle sedi proprie della rappresentanza e del dialogo istituzionale”, aggiungendo però che “tale confronto non può svolgersi sotto condizione né attraverso azioni che impongano unilateralmente un blocco delle attività”.

Articolo aggiornato venerdì 30 gennaio 2026 alle ore 10:10

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