Nicolai Lilin e il linguaggio criminale, venerdì alla Scuola Holden per Biennale Democrazia

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Si è tenuto venerdì sera alla Scuola Holden “Favole fuorilegge”, incontro di Biennale Democrazia sul linguaggio e la comunicazione della criminalità. È  stato Mauro Berruto, amministratore delegato della Scuola Holden, a introdurre il criminologo Marco Bertoluzzo e lo scrittore Nicolai Lilin, ex “criminale onesto” siberiano e autore, tra le altre opere, di Educazione Siberiana. Tra gli argomenti di discussione si è anche parlato della mostra Gangcity sulle bande giovanili, attiva proprio alla Scuola Holden fino al 4 aprile.

L’incontro prende il nome dall’ultima fatica di Lilin, la raccolta di storie siberiane Favole Fuorilegge, un excursus delle tradizioni e delle leggi non scritte siberiane. Si è partiti da quei racconti per parlare di come i criminali siberiani comunicavano. Un ruolo fondamentale, più importante di quello della parola, l’avevano i tatuaggi:«si usavano per creare sulla propria pelle una narrazione di quello che si è». Nell’ambiente in cui Lilin è cresciuto «la parola veniva trattata come una cosa non importante e soprattutto poco credibile». Le parole dette non avevano valore – valore che invece aveva il segno impresso sulla pelle, perché «solo un pazzo si può tatuare una schifezza». E allora ogni tatoo ha un significato e un’importanza, dice qualcosa di sé e della propria storia.

Se gli anziani siberiani comunicavano coi giovani tramite perifrasi, metafore e racconti, diversamente si comportano i criminali in Italia, che secondo Marco Bertoluzzo preferiscono il linguaggio della presa in giro, che mantengono per anni e che, secondo Lilin, i giovani scimmiottano oggi, senza rendersi conto di essere cresciuti in una realtà che li favorisce e li stimola. Non sono rari oggi i casi di ragazzi figli di un ambiente urbano che «per sembrare criminali spacciano quattro grammi di hashish a un loro simile», dice lo scrittore siberiano.

Ci si è anche chiesti chi è il nemico: secondo Bertoluzzo è «necessario riconoscere un nemico evidente anche per definire la propria identità». Per i ragazzi del quartiere di Lilin «nemico era chiunque avesse un atteggiamento distruttivo nei nostri confronti», quindi gli spacciatori, gli infami, i pedofili, gli ubriachi molestatori.

 

 

MARTINA PAGANI