I Marlene Kuntz alle Ogr: “Siamo la cosa più lontana che ci sia dal commerciale”

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Non capita spesso di sentire la voce dei batteristi, che appaiono perlopiù come personaggi energici e taciturni alle spalle del cantante. Luca Bergia, però, sui Marlene Kuntz potrebbe parlare per ore. Perché il gruppo che ha fondato a Cuneo 28 anni fa è una passione più che un lavoro. Lo incontriamo in occasione del concerto di sabato 25 novembre alle Officine Grandi Riparazioni di Torino. Uno degli appuntamenti di Rise Up!, l’iniziativa destinata a raccogliere fondi per la ricostruzione di Castelluccio di Norcia dopo il terremoto del 30 ottobre 2016. Lo scenario è quello dello stabilimento industriale riaperto da poco e, assicura Bergia, “sarà un concerto carico perché siamo molto in forma”.

I Marlene Kuntz sembrano non sentire i 30 anni che si avvicinano. Qual è il bilancio della vostra carriera?
Innanzitutto la soddisfazione di essere arrivati fino a qui, sempre seguendo un percorso prima di tutto artistico. Siamo davvero la cosa più lontana che ci sia dalla strategia commerciale.

Avete dovuto accettare dei compromessi per fare della musica un lavoro?
No. Anche se c’è chi ha visto la partecipazione dei Marlene Kuntz a Sanremo come un compromesso, dal nostro punto di vista è stata l’occasione di farci conoscere a un pubblico più ampio alle nostre condizioni. A differenza degli altri noi non eravamo lì solo per la gara e ce la siamo vissuti molto bene. Ma i detrattori appena ti vedono in televisione ti sparano addosso.

Accontentare tutti non è facile.
I nostri dischi lo dimostrano, noi suoniamo quello che ci ispira. Penso ad esempio a un lavoro come Uno (del 2007), un album ricco di ballate e molto orchestrale, dove le chitarre elettriche erano quasi accantonate. Lì il nostro pubblico probabilmente si aspettava il rock intenso e, in quel momento, siamo andati in controtendenza totale.

Nel vostro ultimo disco Lunga attesa appare il brano Un po’ di requie. Un titolo che rivela un desiderio nascosto dei Marlene Kuntz?
(risata) Sarò pragmatico: se vuoi vivere di musica è difficile che tu abbia dei momenti di requie. Soprattutto ora che internet ha scompaginato tutto, un artista deve essere sempre in ballo con nuovi progetti. A metà ottobre, ad esempio, abbiamo debuttato in uno spettacolo teatrale  per sonorizzare, insieme a Claudio Santamaria, un film muto di Friedrich Murnau, Il Castello di Vogelod. È un modo per diversificare quello che fai, ma sempre in maniera artistica e creativa.

Il concerto di sabato invece è dedicato alla ricostruzione di Castelluccio di Norcia: perché avete scelto di partecipare a questa iniziativa?
Non è la prima volta che partecipiamo progetti di beneficenza. A Norcia abbiamo tenuto un concerto l’anno scorso subito dopo il terremoto e abbiamo amici di quelle parti, per cui abbiamo accettato volentieri e stiamo facendo un grande lavoro di comunicazione per raccogliere quante più persone possibili. Inoltre, le Ogr sono per noi uno spazio inedito e molto affascinante.

Voi siete piemontesi, cosa vi lega di più al territorio?
Siamo cuneesi e siamo una razza particolare. I torinesi sono molto più aperti, anche grazie all’immigrazione; al confronto noi siamo un po’ dei montanari riservati e avari di complimenti. Vivere in provincia in qualche modo ti penalizza perché non sei connesso col resto d’Italia. D’altra parte, il fatto di aver composto tutti i nostri dischi in zona forse è quello che ci ha permesso di creare un mondo nostro, non troppo influenzato di quello che va di moda altrove.

E con Torino, che rapporto avete?
Da giovane non l’ho frequentata molto, studiavo a Pavia. Ho imparato a conoscerla con il gruppo. I nostri primi concerti li facevamo nei centri sociali e a El Paso (una casa occupata, nda). Poi, dopo l’uscita di Catartica, abbiamo iniziato a suonare nella vecchia sede dell’Hiroshima Mon Amour. La città ha un fascino particolare, ma all’inizio i torinesi ci snobbavano perché cuneesi. A dire il vero, i cuneesi venivano snobbati da tutti (risata).

Ha dei gruppi che senti più vicini?
Per me un artista di riferimento è Nick Cave. Sono stato al suo concerto di Milano il mese scorso ed è stata la dimostrazione di un artista che fa il suo percorso ai massimi livelli e che fa davvero il cavolo che vuole. È come dovrebbe essere un musicista. Purtroppo adesso in Italia c’è un appiattimento dovuto al proliferare dei talent show.

Se ci fosse stata una trasmissione come X Factor quando avete iniziato la carriera, i Marlene Kuntz avrebbero partecipato?
È difficile immaginare X Factor in quegli anni! La mia opinione è che se fai pop magari può essere la vetrina giusta, ma se vuoi fare arte quel percorso ti danneggia. Il problema, però, non sono i talent in sé ma il fatto che siano prodotti creati per attirare la pubblicità e vendere i pannolini. Si vede nel fatto che, alla fine, la musica non è l’elemento principale ma un contorno a tutto il resto: le scenografie o i teatrini delle discussioni.

Social network: se ne parla molto e in tanti modi. Qual è il rapporto con loro dei Marlene Kuntz?
Per chi fa il nostro lavoro sono importanti: oggi oltre alla musica e ai concerti, devi investire tempo anche in questo perché sapere tutto dei tuoi beniamini è diventato fondamentale. È un cambiamento culturale su cui abbiamo riflettuto e alla fine abbiamo deciso che si trattava di un’ondata che volevamo provare a surfare. Siamo contenti, perché abbiamo trovato il nostro modo per coinvolgere il pubblico in una maniera che non fosse disonesta.

CORINNA MORI