La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Nei Centri antiviolenza, provando a rompere specchi distorti

condividi

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su email

“Una donna che riesca a vedersi con gli occhi con cui la vedo io e non più con quelli del maltrattante”. Il risultato migliore che si possa raggiungere nel lavoro di sostegno alle donne vittime di violenza. Lo dice Silvia Sandri, psicologa e volontaria di Telefono Rosa, uno dei Centri antiviolenza attivi a Torino. Cucire addosso alle donne un modo di vedersi e percepirsi fondato sulla svalutazione di sé è infatti alla base della relazione di sopraffazione fisica e/o psicologica con partner, ex partner o familiari. È come se il maltrattante ponesse dinanzi alla maltrattata uno specchio distorto, per metterla a tacere e creare una bolla di silenzio intorno, isolandola persino dai propri affetti.

La cronaca è piena di casi estremi in cui, purtroppo, il silenzio è per sempre. Stando al report sugli omicidi volontari elaborato dalla Direzione centrale della polizia criminale, nei primi nove mesi del 2021 i femminicidi sono stati 103 a fronte di 247 omicidi commessi in Italia: sono il 41,7% dei casi. Nel 2020, sul totale degli omicidi in ambito domestico (familiare o affettivo), il 67,8% ha riguardato donne.

I dati sui femminicidi fanno capire quanto sia essenziale il lavoro dei Centri antiviolenza: l’obiettivo è affiancare la donna-vittima e incoraggiarla a prendere coscienza di ciò che vive o ha vissuto. “Telefono rosa non è solo un centralino, ma l’inizio di un percorso per provare ad allontanarsi dalla situazione di violenza” – dice Sandri. Si prendono i contatti con la struttura e, in un secondo momento, iniziano i colloqui con gli esperti: da psicologi e psicoterapeuti, a legali. Il tutto nella massima riservatezza: i Centri infatti non sono tenuti a segnalare i reati alle autorità, anche quando ne sono a conoscenza. Anche perché chiamare un Centro antiviolenza non significa essere consapevoli della relazione disfunzionale: la presa di coscienza infatti si snoda lungo un percorso, che dipende dal se e quando la donna sente di volerlo fare.

“Il principio di base è non sostituirci alla sua volontà: noi non prendiamo decisioni al suo posto – prosegue Sandri -, perché è controproducente spingere una persona a fare una cosa per cui non è ancora pronta”. Alla base della violenza c’è sempre un’operazione di annientamento dell’autostima con insulti, atteggiamenti denigratori e sminuenti, tali per cui “imporre la nostra visione della vicenda, anche quando la sopraffazione e la violenza sono palesi, non è poi tanto diverso da quello che fa il maltrattante”.

Bisogna considerare che i centri antiviolenza si pongono nel solco di relazioni altalenanti, fatte di aggressioni seguite da rappacificazioni: tra gli addetti ai lavori si parla di “ciclo”. La donna contatta un Centro dopo il primo litigio violento, ma poi c’è la cosiddetta “luna di miele”: come spiega Sandri “il maltrattante si dimostra dispiaciuto, pentito, e questo fa sì che la donna non si presenti all’appuntamento successivo; poi però spesso richiama, perché gli episodi tendono a ripetersi, e in forma via via più grave”.

Alla difficoltà di mantenere una certa continuità – che appunto, dipende dal ciclo della violenza – con le donne prese in carico, si è aggiunta la pandemia, che ha rallentato anche attività essenziali come quelle dei centri. Ancora oggi il primo colloquio di accoglienza si fa solo per via telefonica e, una volta raccontata la propria storia, si potrà accedere alle strutture in presenza, per parlare con il team di esperti.

L’anno della pandemia ha anche segnato il boom di chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità che aiuta le donne a uscire da dinamiche di aggressività verbale e fisica, e prendere i contatti con i centri antiviolenza. Secondo il report dell’Istat, infatti, c’è stata una crescita del 79,5% delle richieste di aiuto rispetto al 2019: durante i primi 5 mesi del 2020, più di 20 mila donne hanno contattato questo numero. Ma Sandri tiene a sottolineare che non è il lockdown ad aver scatenato il fenomeno della violenza: “in questo modo sembra che sia nata dalla convivenza forzata, ponendo come giustificazioni lo stress o la perdita del posto di lavoro da parte del maltrattante. La violenza è qualcosa che esisteva già di per sé, con le chiusure è semplicemente emersa con maggior forza, oppure da psicologica è diventata anche fisica”.

Un compito molto delicato, quello delle volontarie e dei volontari dei Centri antiviolenza, che parte dalla consapevolezza che il reale cambiamento deve partire dalla donna-vittima. Per fare questo lavoro – dice Sandri – bisogna “riconoscere i propri limiti e non pensare di poter essere noi a cambiare le storie delle persone. Spesso ripetiamo alle assistite che per stare in una situazione di violenza ci vuole tanta forza. Il nostro ruolo è aiutarle a indirizzare quella forza verso una direzione diversa – l’allontanamento, appunto. Ma solo se è quello che desiderano”.