Un mulino non è mai stato solo un edificio: era il cuore pulsante della comunità. Il luogo in cui si lavoravano il grano, la canapa o i cereali. Un legame profondo con il territorio e chi lo abita che, una volta salutato l’ultimo mugnaio, si è interrotto. Il Piemonte ne è ricco, ma sono pochi quelli ancora in funzione, mentre tanti altri sono stati dimenticati e abbandonati. In mezzo esistono quelli che, grazie all’intervento dell’Associazione nazionale amici dei mulini storici (Aiams), hanno ottenuto una nuova vita.
In questo contesto nasce il lavoro di Marianna Sasanelli, architetta, e Emanuela Genre, antropologa e geografa. Le due si sono avvicinate alla realtà dei mulini tramite un lavoro di ricerca universitaria e si sono conosciute diventando volontarie di Aiams. Insieme hanno contribuito al progetto di ristrutturazione e di valorizzazione di questi spazi dimenticati e, in ultimo, sono diventate le autrici del volume “Mulini storici del Piemonte”. Presentato venerdì 13 marzo, nella sala Bandiere di Palazzo Lascaris di Torino, il volume si propone come una guida ai mulini presenti nelle province piemontesi. Alla base dell’opera, una convinzione: il mulino non è un reperto da museo, ma uno specchio nel quale la comunità può riconoscersi, mostrarsi agli altri e proiettarsi verso il futuro. D’esempio è la storia di Nomaglio, piccolo comune canavesano di trecento anime nel quale la figlia dell’ultimo mugnaio ha saputo preservare il mulino di famiglia e lo ha poi donato al comune. Nel 1996 l’amministrazione ha avviato un progetto di recupero e così è nato l’ecomuseo della Castagna, dedicato alla coltura del frutto che per secoli è stato centrale nell’alimentazione montana.
La comunicazione tra Aiams, associazioni e amministrazione è quindi fondamentale. In alcuni casi, però, il percorso non è così lineare. Sasanelli, che è anche coordinatrice dell’ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese, ricorda che la regione Piemonte è stata tra le prime in Italia a istituire gli ecomusei con legge regionale, come simbolo identitario dei territori. Ma la legge non basta, come non bastano i fondi del Pnrr stanziati per il recupero dei mulini: “Serve il lavoro dell’associazionismo, che avvicini le persone e radichi il senso di appartenenza. Devono essere le comunità, e le amministrazioni, a prendersi cura del proprio mulino”.
Il problema cruciale, molto spesso, non è legato al restauro. Genre ne è convinta: “Per quella fase si trovano bandi regionali o fondi europei. Il nodo è la gestione nel tempo: la comunità che si fa carico di un bene, che lo abita e che lo tiene vivo dopo l’inaugurazione. Se manca questo, il recupero rischia di diventare vano”. Una realtà positiva, invece, è quella del mulino di Arignano: un percorso decennale condiviso con la comunità locale, che dovrebbe dare i suoi frutti in primavera, con l’inaugurazione degli spazi interni.