Sono 40 i trapianti di fegato effettuati dall’inizio dell’anno all’ospedale Molinette di Torino. Uno ogni due giorni, in continuità con i numeri record del 2025 quando erano stati 194. E la buona notizia si estende a tutti gli altri organi trapiantati. Lo conferma Renato Romagnoli, coordinatore del Centro regionale trapianti delle Molinette. Dati alla mano, il temuto “effetto Monaldi” non ha fatto presa: dopo la vicenda del piccolo Domenico – morto il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli – le donazioni non si sono fermate e si è registrata una curva opposta. Torino non fa eccezione.
Dottore, che impatto ha avuto sul vostro dipartimento la catena di errori che ha segnato la vicenda del piccolo Domenico?
Non abbiamo registrato alcun effetto negativo. Un evento avverso su decine di migliaia di procedure non può mettere in ombra l’efficacia dei trapianti. I professionisti coinvolti hanno sempre lavorato in modo più che corretto, con grande dedizione e nel rispetto delle regole. Purtroppo esiste anche chi va in autostrada in contromano.
Nel 2025 in Piemonte sono stati effettuati 536 trapianti, l’8% in più dell’anno precedente. Il trend prosegue?
Sì, il 2025 è stato un anno record anche a livello nazionale e i trapianti di fegato, per esempio, sono in espansione, perché aumentano le richieste, le indicazioni e anche i possibili donatori. Nei primi mesi del 2026, i numeri del centro regionale trapianti – tra cuori, fegati, reni e polmoni trapiantati – sono stati in linea con lo scorso anno.
Allo stesso tempo, nel 2025 alle anagrafi torinesi si dichiarava favorevole alla donazione di organi solo il 55% dei cittadini, -3% rispetto all’anno precedente. Secondo lei si tratta di un fattore culturale?
Lo sforzo per diffondere le culture della donazione e della medicina stessa non deve mai cessare. Io vedo nel futuro dei trapianti un’inesorabile espansione: in Italia ogni anno sono trapiantati quasi 5mila pazienti. Se li si moltiplica per l’entourage di amici, conoscenti e familiari, ci si rende conto di come la cultura del trapianto si stia diffondendo e, quando avrà toccato in prima persona un po’ tutti, alla fine il consenso aumenterà. La probabilità di aver bisogno di un organo nella propria vita è circa sei volte più alta rispetto a quella di diventare eventualmente un donatore.
Le tecniche mediche per i trapianti stanno evolvendo?
Dal punto di vista tecnico-chirurgico ci sono continue evoluzioni: le controindicazioni tecniche di una volta sono state quasi tutte abbattute. Il trapianto è una terapia che non ha paragoni: non esiste nessun’altra cura in grado di azzerare malattie mortali e far ripartire la vita di una persona da zero, come se uno semplicemente cambiasse il capitolo di un libro. Tant’è vero che moltissimi pazienti trapiantati non festeggiano il loro compleanno il giorno della loro nascita, ma il giorno della loro rinascita con il trapianto.
Che tipo di rapporto medico-paziente si crea per una procedura così delicata e determinante?
Dipende da paziente a paziente: alcuni rimangono emotivamente e psicologicamente molto legati al trapianto e ai professionisti che hanno salvato loro la vita. Io cerco di ricordarmi di tutti, ma a Torino abbiamo fatto circa 4.500 trapianti di fegato: capisce che diventa anche difficile.