Hanno 15, 16, 17 anni, vengono dall’Egitto, dal Bangladesh, dal Gambia, dall’Ucraina. Arrivano dal mare, o via terra attraverso la rotta balcanica. Da soli. Sono minori stranieri non accompagnati (msna) e hanno, come spiega Sara Guidi, coordinatrice per Save the Children di Civico Zero Torino, “pochissimo tempo per raggiungere degli obiettivi enormi, a volte un anno, a volte anche meno”. Il sistema di accoglienza, infatti, si occupa di loro fino al raggiungimento della maggiore età, ma poi, “le tutele crollano”, e a rischio c’è tutto quello che nei mesi precedenti è stato costruito: una soluzione abitativa, un lavoro, il documento che permette di restare in Italia.
Andiamo con ordine: una volta inseriti nel sistema gli msna passano da un centro di prima accoglienza, poi dovrebbero essere collocati in una struttura di seconda accoglienza del Sai, il sistema di accoglienza e integrazione (dovrebbero, appunto, perché non sempre c’è posto, e molti di loro si trovano a passare del tempo nei Cas, spesso in quelli per adulti).
Quanti sono?
Il dato, raccolto dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, fa riferimento al 31 gennaio 2026.
Da dove vengono?
Dove sono accolti?
Nel dato influisce particolarmente la situazione dei minori stranieri non accompagnati di origine ucraina: il 95, 7% è ospitato in famiglia, il 4,2% in strutture di seconda accoglienza, e solo lo 0,2% in strutture di prima accoglienza. Molti sono ospitati da parenti o amici. Se dal conteggio si escludono gli ucraini i minori che vivono in una famiglia si riducono al 4%.
L'accoglienza in una comunità familiare
Una soluzione alternativa, per alcuni di loro, è quella dell’affido a una famiglia o a una comunità familiare, come Casa Aylan, a Piobesi, in provincia di Torino: cinque posti letto, un educatore della cooperativa Terramondo, una mamma e un papà “in prestito”, come si definiscono Federico Maria Savia e Alice Arpaia. “Essere in famiglia per questi giovani è vincere alla lotteria, non doversi accontentare ma avere la possibilità di continuare a studiare, iscriversi a un corso professionale – spiegano – un ragazzo che è con noi da 6 anni ora si diplomerà. C’è un’enorme possibilità di integrazione, vivere in una famiglia italiana, immergersi nei ritmi, nelle feste, conoscere parenti e amici dei genitori ospitanti lo rende molto più facile”. Dal 2016 Federico e Alice hanno accolto 16 ragazzi, tra minori e neomaggiorenni, un impegno nato dall’appello di papa Francesco, ad “aprire le porte delle proprie case ai migranti” dopo la morte di Alan Kurdi, il bambino siriano di due anni morto in un naufragio vicino alle coste turche, diventato un simbolo. “Ci siamo trovati la casa invasa dai ragazzini – ride Alice – vanno e vengono, c’è chi è rimasto poco e chi tanto, e c’è chi, anche da maggiorenne, non si vuole allontanare dal nostro raggio di azione. Siamo in un paese piccolo (3.770 abitanti, ndr), abbiamo avuto anche una bellissima esperienza con la scuola, dove i ragazzi sono stati accolti per la terza media, e i più giovani hanno avuto la possibilità di essere inseriti in classe con gli studenti italiani, invece di dover frequentare il Cpia, la scuola per adulti. Poi, certo, la città è attraente, i ragazzi vanno alle scuole professionali a Nichelino e Torino, vanno a trovare gli amici in piazza Bengasi o a Porta Palazzo, c’è chi si immerge di più e chi meno.”
Proprio il dover lasciare il capoluogo per la provincia a volte causa difficoltà: “può essere complicato per i ragazzi lasciare Torino, la comunità che conoscono, le loro certezze, e venire da noi. Bisogna costruire un rapporto di fiducia, non sempre è facile: sono adolescenti, a volte sono oppositivi perché ancora non sanno bene chi sono, si stanno costruendo un’identità”. E poi, sdrammatizza Alice, “ci sono le difficoltà logistiche: chi è musulmano, chi no, chi mangia o non mangia questo o quello, quanti siamo a tavola ogni giorno… ma non è grave, lo facciamo con gioia, bisogna solo accettare di dover modificare un po’ il proprio stile di vita”. In un solo caso la famiglia ha dovuto affrontare una situazione più complessa: “un ragazzino sudanese – racconta Federico – arrivato con un corridoio umanitario dopo aver subito torture in Libia, portava con sé dei traumi psicologici molto profondi, abbiamo dovuto chiedere aiuto”.



Le soddisfazioni più grande, invece, è vedere questi “figli in prestito” concludere un percorso di studi: “uno di loro ha preso da poco la patente, un ragazzo che è con noi da sei anni in primavera si diplomerà, altri hanno ottenuto certificazioni professionali”, e poter incontrare le loro famiglie d’origine, come successo in viaggi in Albania ed Egitto. Molti di loro, infatti, mantengono i contatti con i propri genitori e, come racconta Alice, “si trovano, poverini, con quattro genitori che rompono le scatole. Noi siamo una famiglia, il nostro ruolo è volere loro bene ma anche educarli”.
E proprio come in una famiglia, il legame non si interrompe al compimento della maggiore età: “abbiamo fatto dei prosegui amministrativi per continuare a occuparci di ragazzi che, a 18 anni, ancora dovevano finire la scuola. Il vantaggio vero di essere qui e non in una comunità è che in comunità non si può restare, molti neomaggiorenni a metà degli studi, ancora senza autonomia, sono messi alla porta”.
La tutela volontaria
Non solo: a ogni msna preso in carico deve essere assegnato un tutore, che può essere istituzionale o, dal 2017, anno della promulgazione della legge Zampa, volontario.
Il tutore volontario “è la fatidica figura che compare quando è richiesta firma del genitore o di chi ne fa le veci – descrive Antonella Pulvirenti, che da anni è tutrice in provincia di Cuneo – facciamo tutto ciò che fa un genitore per un figlio dal punto di vista della responsabilità: l’iscrizione a scuola, l’accompagnamento dal medico o dal pediatra, eccetera. Ma non ci si ferma qui, il tutore è un adulto di riferimento, ci sono ragazzi che hanno bisogno di qualcuno di cui si fidano che possa anche farli ragionare, capire quali scelte siano giuste, esserci nei loro momenti di sconforto”. In Piemonte i tutori volontari sono 628, un numero in costante aumento negli ultimi anni, ma che ancora non è sufficiente a garantire a ogni minore una relazione di questo genere, che nel caso di tutori istituzionali è più difficile si realizzi: circa il 40% degli aventi diritto nella Regione non è seguito da un tutore volontario. La situazione, però, sta migliorando: nel 2025 sono state avviate 900 tutele, il 67% delle quali di tipo volontario, secondo i dati raccolti dall’Associazione Tutrici e Tutori volontari di Msna Piemonte e Valle d’Aosta, nata nel 2021 per creare una rete di confronto e supporto tra tutori.
Chi desidera assumere questo ruolo frequenta un corso che prevede lezioni di antropologia, sociologia, diritto, come ha fatto Claudia Bottini, che ha appena terminato la formazione e ha preso in carico il primo ragazzo pochi giorni dopo la nostra intervista: “In alcuni di questi incontri abbiamo anche sentito le testimonianze di alcuni ragazzi che avevano avuto tutele andate a buon fine, e questo mi ha molto motivata. Io sono un’insegnante, ho spesso ragazzi stranieri in classe, è un tema importante per me, e ho avuto la sensazione che forse con questo tipo di volontariato si possa fare qualcosa di molto concreto, più che in altri ambiti.” Dopo poche settimane dal test conclusivo del corso le è stato assegnato un ragazzo di 17 anni, egiziano, quando le abbiamo parlato si stava preparando per il loro primo incontro. “Confesso di iniziare questa avventura con un po’ di timore, ho frequentato il corso con molto entusiasmo, ora che l’attività si concretizza non so esattamente che cosa aspettarmi, mi è stata fornita una relazione molto sintetica dall’assistente sociale, e il ragazzo non abita vicinissimo a me. Vado a conoscerlo con curiosità, non è facile sentirsi pronti per questo compito, ma sono aperta, voglio costruire una relazione, scoprire chi sia, e sento come molto importante poter fare qualcosa di utile per lui”.
Antonella, invece, si occupa di due ragazzi (il limite è tre per ogni tutore), ma anche il marito svolge lo stesso compito, “anche se ognuno ha i suoi tutelati noi fin dall’inizio abbiamo scelto di lavorare in coppia, altrimenti non ce la faremmo”. Sono una bimba di 4 anni, arrivata in Italia con una kafala, un procedimento paragonabile all’adozione ma non avvenuto secondo i requisiti italiani, e per questo oggetto di un’indagine del tribunale dei minori, e un diciassettenne, che segue da 3 anni. “E’ orfano, ci chiama mamma e papà, all’inizio siamo rimasti spiazzati ma poi lo abbiamo accettato, un po’ è un retaggio culturale, in Gambia si usa chiamare mamma tutte le persone di riferimento con un’età simile a quella dei propri genitori, un po’ aveva bisogno davvero di sentirsi accolto come se fossimo una famiglia: abbiamo un rapporto bellissimo. Ha una storia di grandi difficoltà, è scappato dal suo villaggio a 12 anni e mezzo, rischiava la vita per via di una diatriba con un’altra famiglia, la nonna l’ha spinto ad andarsene per salvarlo. Ha attraversato il deserto, poi il mar Mediterraneo dalla Tunisia. È arrivato in Italia a 14 anni, in estate, ed è stato messo in un Cas per maggiorenni, nonostante avesse con sé, cucito nei vestiti, nascosto, un documento che certificava la sua data di nascita. Gli è stata riconosciuto poi solo l’anno, non la data, per lo stato italiano è nato il primo gennaio.” Il tutelato di Antonella non ha ottenuto lo status di rifugiato, ma un permesso di soggiorno per protezione speciale, che dura solo 2 anni: tra pochi mesi la sua situazione dovrà quindi essere nuovamente valutata. “Ora vive in una comunità inserita in una parrocchia, dove si trova bene, e frequenta in contemporanea il secondo anno di Enaip e il Cpia pre media, per poter l’anno prossimo dare sia l’esame di terza media sia completare il terzo anno di scuola professionale. Studia come un dannato, ha ottimi voti, si impegna molto” dice con orgoglio. Il marito, invece, ha seguito diversi ragazzi più grandi, con diciassette anni compiuti. In alcuni casi ha continuato a occuparsene con il prosieguo amministrativo: “se un ragazzo si trova in una situazione che non capisce, come ad esempio la firma di un contratto di lavoro, può chiedere che lui sia presente, come se fosse un padre che accompagna il figlio. Il tutore ha voce in capitolo, può dire questo non mi piace, forse il mio tutelato non ha capito, glielo voglio spiegare – spiega Antonella – anche se il tutelato è maggiorenne e può prendere le proprie decisioni in autonomia”. La proposta, parte delle prime bozze del pacchetto sicurezza, di abbreviare la durata di questo strumento, che può rimanere in vigore fino al compimento del 21esimo anno di età, non compare nel testo definitivo, approvato il 4 febbraio. In compenso compare la possibilità per i tutori di essere sottoposti a sanzioni in caso di reati commessi dai minori dei quali sono responsabili, una decisione che Antonella descrive come volta a “fare da deterrente” nei confronti di chi, da volontario, si impegna per l’integrazione.
I progetti per chi è fuori dal sistema di accoglienza
E chi, invece, non è inserito nel sistema di accoglienza? Progetti come Civico Zero, ideato da Save the children si propongono di intercettare anche questi ragazzi, chi si trova all’esterno delle istituzioni, o perché da poco diventato maggiorenne o perché, seppur ancora minorenne, “vive contesti di strada, o in strada”. Centri analoghi esistono in varie città italiane, quello torinese è realizzato in collaborazione con l’ufficio minori stranieri della città e in partneriato con la cooperativa Atypica, e si trova in via Mameli, dietro a porta Palazzo. La nostra sede “vuole essere un centro sicuro, uno spazio protetto – spiega Sara Guidi – è facilmente accessibile, a bassa soglia, la nostra porta è aperta dal lunedì al venerdì, e poi svolgiamo anche attività in strada. Minori e giovani adulti possono accedere sia spontaneamente, magari grazie al passaparola, sia inviati dai servizi e da altre associazioni, enti del terzo settore, o da altri cittadini singoli che ci conoscono. Qui possono usufruire in modo gratuito e libero di molte attività e servizi” Nei dieci anni di apertura lo hanno fatto in più di 2800. “La nostra equipe è multidisciplinare, con l’idea di avere uno sguardo sul benessere psicofisico del ragazzo o della ragazza che incontriamo a 360 gradi: distribuiamo beni di prima necessità e buoni doccia, ma forniamo anche accompagnamento e mediazione, supporto legale, uno sportello psicologico.”



“Ogni ragazzo o ragazza può essere accompagnato dalla nostra equipe con livelli di intensità diversi – continua – c’è chi viene solo per il corso di italiano, ci sono altre situazioni in cui invece il bisogno di accompagnamento è molto più intenso e riguarda più ambiti, quando vediamo che c’è un bisogno che non ha trovato in quel momento una risposta sul territorio, data dai servizi o da contesti di riferimento ci attiviamo, per l’iscrizione scolastica, per i percorsi di regolarizzazione tramite lo sportello legale, ci sono ragazzi che ricevono un supporto in modo integrato da tutte le nostre componenti, in generale banalmente iscrivere a scuola o aiutare nella ricerca di un lavoro un ragazzo molte volte significa passare dal legale, avviare una presa in carico, alle volte un supporto di tipo psicologico perché magari il ragazzo sta attraversando un momento di difficoltà o particolare fatica proprio nel momento in cui deve iniziare la scuola o un’esperienza lavorativa.
Sono tante le aree coinvolte, un grandissimo lavoro è quello di costruire dei ponti, che è quello che fa la nostra unità di strada: creare relazioni di fiducia”.
Per supportare questi ragazzi uno strumento importante è quello dell’arte: a Civico Zero una stanza è stata adibita a studio di registrazione, grazie alla collaborazione dell’associazione large motive e al finanziamento di Lavazza. “Per noi l’arte è uno strumento di espressione e di partecipazione, può avere una funzionalità sia di cura e di rielaborazione dei propri vissuti, sia di tipo socializzante, aggregante, di scambio, e poi permette di esprimere le proprie idee. Un progetto analogo è quello del laboratorio della street art, grazie alla conduzione dell’artista dormo zero, siamo passati dal murales ai graffiti alla serigrafia, alla produzione di quadri, produciamo magliette con il brand clan.destino” continua Sara.
E poi, sempre perché il tempo corre, e compiuti i 18 anni tutto cambia: “abbiamo uno sportello autonomia che ha anche delle piccole risorse interne per cui riusciamo ad accompagnare nella ricerca del lavoro e della casa, usando le risorse in modo sinergico con l’ufficio minori stranieri, l’ufficio adulti stranieri, il servizio adulti in difficoltà”.
Molti ragazzi raggiunta la maggiore età perdono l’alloggio, i documenti: dalla strada, continua Sara, “è molto più facile essere attirati e poi sfruttati da contesti criminali, conosciamo tanti ragazzi che sono vittime di questi sistemi. Questo può portare anche all’aggravarsi di problemi psicologici pre-esistenti, o all’uso di sostanze, e di conseguenza a un ingresso nel sistema penale, spesso per reati minori: l’impossibilità di accedere, in quanto senza una famiglia o una casa, a misure alternative alla detenzione non fa che acuire il problema”.
Nella vita di un msna, conferma Sara, molto, moltissimo dipende dalla fortuna, da una serie di variabili impossibili da prevedere: dove si arriva, dove si è trasferiti, se si rimanga all’interno dell’accoglienza istituzionale o ci si allontani, se si abbia o no un tutore volontario. Il rischio è che tutti gli sforzi fatti per migliorare la propria situazione “siano vanificati con il raggiungimento della maggiore età. Costruirsi una autonomia solida è un processo che richiede tempo, tempo che i minori stranieri non accompagnati non hanno”.