Mecca Cici (Coldiretti Torino): “L’accordo Ue-Mercosur non aiuta nessuno”

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L’accordo commerciale tra Unione europea e i paesi sudamericani del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) è al centro delle polemiche per le possibili ricadute sull’agricoltura. Il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici, spiega perché l’intesa rischia di penalizzare non solo il settore agroalimentare piemontese, ma anche i paesi sudamericani coinvolti.

Il Piemonte è una tra le regioni agricole più importanti d’Italia. Quali sono i rischi di un accordo simile?

“Le nostre aziende, negli ultimi tempi, sono andate incontro a profonde trasformazioni. Sostenibilità ambientale, attenzione al benessere animale, riduzione delle emissioni e adeguamenti strutturali: tutti temi che condividiamo, ma che hanno comportato costi importanti. L’accordo con il Mercosur, così concepito, rischia di annullare questo lungo percorso perché permette l’ingresso di prodotti che non rispettano le stesse regole che valgono per i nostri agricoltori e allevatori. Si crea una concorrenza che non è solo sul mercato, ma sugli standard”.

Quali sono i comparti piemontesi maggiormente esposti?

“Il settore più esposto è sicuramente quello della carne, in particolare i bovini di razza piemontese. Le nostre aziende allevano secondo criteri molto rigidi, con investimenti continui in benessere animale e sistemi innovativi. A rischio c’è anche la filiera del riso, che in Piemonte rappresenta un’eccellenza: i risicoltori piemontesi sono oggi tra i più virtuosi al mondo, dopo un lavoro durato decenni che ha portato all’eliminazione di molte molecole potenzialmente dannose. Importare riso dal Sud America significherebbe mettere in seria difficoltà aziende che oggi producono rispettando regole severe. Anche una parte dell’ortofrutta rischierebbe di subire conseguenze importanti”.

Coldiretti sostiene che l’accordo sia un danno anche per i Paesi sudamericani coinvolti. In che senso è importante promuovere una maggiore consapevolezza anche da parte loro?

“Il nostro ragionamento è più ampio del singolo accordo. Importare prodotti a basso costo senza chiederci come vengono coltivati o allevati significa avallare pratiche che spesso sfruttano territori e manodopera. Così non si aiutano quei Paesi a migliorare, ma li si spinge a produrre sempre di più abbassando gli standard ambientali e sociali. Se in Europa certe pratiche sono vietate, un motivo c’è: permettere l’importazione di prodotti ottenuti con quelle stesse pratiche non è giusto né per noi né per loro. La consapevolezza deve essere reciproca”.

Secondo lei i consumatori piemontesi sono sensibili a queste problematiche o prevale ancora l’attenzione al prezzo più basso?

“Io credo che i consumatori siano sempre più attenti. Il cibo resta una voce importante della spesa familiare, ma oggi c’è una maggiore consapevolezza sull’origine e sulla qualità dei prodotti. Lo vediamo anche nella vendita diretta. Proprio per questo Coldiretti ha spinto con forza per il rinnovo dell’etichettatura obbligatoria su prodotti come pasta e latte: il consumatore deve poter scegliere e capire cosa sta acquistando”.

Dopo la grande assemblea di lunedì 26 gennaio, al Lingotto Fiere, parte un ciclo di incontri nei territori del Torinese. Qual è l’obiettivo di questa fase di confronto?

“L’obiettivo è ascoltare i territori. Il confronto diretto con le aziende agricole è fondamentale per capire fino in fondo le difficoltà dei diversi comparti produttivi e delle diverse aree, dalle pianure alle montagne. Solo attraverso l’ascolto possiamo evitare che le decisioni politiche siano scollegate dalla realtà quotidiana delle aziende”.

Dopo le mobilitazioni di dicembre, la Regione Piemonte ha stanziato circa 60 milioni di euro per il comparto agricolo. Come si inseriscono questi fondi nel quadro generale?

“Sono fondi europei destinati a investimenti tecnologici, formazione e sostegno diretto alle aziende, soprattutto quelle che operano in montagna e che tutelano razze autoctone. Ma qui emerge un controsenso evidente: da un lato lo Stato e la Regione investono risorse per sostenere le aziende piemontesi e renderle più competitive, dall’altro si incentivano accordi come quello con il Mercosur che rischiano di metterle in crisi. Così si finisce per lasciare il futuro dell’agricoltura nelle mani di quattro o cinque grandi poteri che decidono come e dove far circolare le derrate alimentari, a scapito dei territori”.

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