Melodie incantevoli a tinte fosche. La musica di Massimo Silverio è una ricerca di significato nella materia, un racconto intimo che si fa suggestione. Tutto nella lingua della tradizione del cantante, il carnico friulano, a ribadire una connessione alle radici fisiche ma anche emotive. Dopo Hrudja, un primo disco tanto apprezzato nel settore, Massimo Silverio è tornato a ottobre 2025 con Surtùm, pubblicato dall’interessante etichetta torinese Okum. Venerdì 23 gennaio, il cantante classe ’92 sarà ai Magazzini sul Po per suonarlo dal vivo. L’abbiamo intervistato in vista di questa data torinese del tour.
Quest’album è più pieno nei suoni rispetto al primo. È cambiato qualcosa nella composizione o nell’intenzione?
“Sicuramente è nato dall’esperienza di Hrudja. Lì io, Nicolas Remondino e Manuel Volpe abbiamo sviluppato una forte intesa, ma senza mai esagerare. Non abbiamo speso tempo su orchestrazioni in più o aggiunte di altri strumenti. Ci siamo concentrati su quello che potevamo fare noi tre, senza coinvolgere altre persone. Invece, con Surtùm ci siamo lasciati andare un po’ di più. Su Hrudja abbiamo cercato di non prendere troppo tempo da chi ascoltava, anche perché non sapevamo come sarebbe stata la ricezione. Qui invece non abbiamo avuto paura di lasciare che i pezzi durassero di più e abbiamo cercato di elevarli in qualche modo, sostenendoli anche dal punto di vista emotivo, magari aggiungendo queste parti più elaborate e dense. Non ci siamo messi limiti”.
Scrivi e canti in carnico. Preferisci che chi ti ascolta si fermi alle sensazioni che la tua musica evoca o che approfondisca i testi?
“Un primo ascolto, anche banalmente di un pezzo in inglese, è sempre legato a quello che arriva a livello di sensazioni. Sono felice quando chi ascolta riesce a sentire subito il paesaggio che la lingua carnica friulana porta con sé. Però al tempo stesso i miei testi hanno un significato preciso, che è molto intimo ma che al tempo stesso può arrivare ad ognuno in un modo. Quindi io non mi fermerei semplicemente al suono, sicuramente cercare testi e traduzioni dà un qualcosa in più all’ascolto del pezzo. Se qualcuno volesse, si trovano nelle mie storie in evidenza su Instagram”.
Quali sono state le influenze di questo disco? Perché c’è la tua tradizione ma anche molta modernità, come per esempio il trip-hop.
“Ho ascoltato tanto trip-hop nella mia vita e sono sempre stato affascinato dal modo in cui intendono la musica i Massive Attack. Anche Nicolas e Manuel condividono questa ammirazione, per cui quando abbiamo creato il disco insieme è stato facile cercare questa ritmica che porta al movimento unita a una melodia che invece ti porta al pensiero. È un regalo che ci siamo fatti nel nostro suonare insieme. Ma sono stato paragonato anche ad altri artisti, come Thom Yorke o i Sigur Rós, che ormai sono lontanissimi da me. Con le mie canzoni cerco soprattutto di valorizzare una tradizione che sta scomparendo, quella dei canti e delle melodie tradizionali del Friuli Venezia Giulia. Ho avuto la fortuna di studiare le villotte e mi viene naturale fare musica attraverso quelle metriche e quegli schemi. Al tempo stesso sono figlio del mio tempo ed è chiaro che la musica che ho ascoltato negli anni si riversi in qualche modo nella mia, ma non c’è mai la conscia volontà di somigliare a qualcuno”.
Hai parlato spesso di ricerca della verità, ma la tua musica è molto concreta e materiale, basti pensare che il titolo del nuovo disco significa “palude”. Pensi che il senso delle cose si trovi nella materia più che nell’altrove?
“Credo che il materiale sia profonda trascendenza. Viaggiando per suonare in tour ho vissuto molto le città e le persone che le abitano. Così ho visto che la dimensione metafisica del vivere in città è collegata solo a cose che sono state costruite per essere lì e non alla natura in sé. L’essere umano moderno quindi non è più in armonia con ciò che lo circonda davvero, con la Terra. Guarda le montagne e pensa che siano solo un mucchio di terra. Io invece mi sento vicino alla verità quando sono vicino a un albero, o appunto camminando in montagna. Penso che sia lì che fluisce la vita e ci rifletto. Poi cerco di trasferire queste forze nelle mie canzoni, che non posso dire che parlino di verità, perché cerco solo di inseguirla”.
Le tue canzoni riescono a cullare pur avendo qualcosa di inospitale, proprio come la montagna. La musica deve mettere a disagio per stimolare chi ascolta?
“In Italia la musica, anche quando è più emotiva, è fin troppo impacchettata per accontentare il desiderio degli ascoltatori di non impegnarsi troppo. Io nelle mie canzoni cerco di estrapolare un prolungamento della mia persona e da parte mia mi sono sempre trovato a consumare arte, dalla musica al cinema, che ti pone in uno stato di forte interrogazione con te stesso. Non c’è più tempo per essere piacioni, bisogna svegliare le persone e dire ciò che si pensa senza abbellirlo. Noi occidentali siamo spaventati dal negativo, ma le tinte oscure sono parte della nostra vita. La musica è uno strumento potentissimo. Io la uso come sfogo personale ma voglio anche che comunichi qualcosa di forte, anche di scuro, perché effettivamente viviamo in tempi molto scuri”.