“Caoslandia”, la parola chiave con cui Fabrizio Maronta, responsabile relazioni internazionali di Limes, interpreta il nuovo disordine mondiale, nella sua lezione a Biennale democrazia 2025. Un caos multipolare, in cui il gigante a stelle e strisce ha perso il primato nella sala dei bottoni. Secondo il giornalista della rivista di geopolitica italiana, “gli Stati Uniti hanno scoperto il senso del limite, si sono stancati di essere i poliziotti del mondo, un mondo nuovo, deglobalizzato”.
Tramonto americano, tramonto occidentale
La golden age è finita da un pezzo, l’era di Bill Clinton pure. Fabrizio Maronta parte dalle origini di quello che definisce “l’eccezione dell’Occidente”, ovvero un unicum storico che prima della svolta di Pearl Harbor, durante la seconda guerra mondiale, non esisteva: “Europa e America erano lontane, vigeva la dottrina Monroe”. Maronta spiega che la globalizzazione è proprio il frutto dell’egemonia statunitense nel secondo dopoguerra, di tipo militare, economico e culturale, fino al suo compimento nella vittoria contro il modello sovietico, simbolicamente avvenuto con la caduta del muro di Berlino nel 1989.
“Eppure gestire le vittorie spesso è più difficile che gestire le sconfitte”. Secondo Maronta proprio l’ascesa di quel modello che aveva spinto Francis Fukuyama a parlare di “fine della storia” segnò l’inizio del declino americano. Due cause sopra tutte: il ripiegamento su sé stesso del canone globalizzato guidato dagli Stati Uniti e le guerre fallimentari iniziate con la presidenza di Bush Jr: “L’America è tecnicamente fallita proprio in tempo di pace, attraverso il meccanismo del deficit commerciale e il debito pubblico mostruoso che ha generato – sostiene la firma di Limes – . Le guerre in Iraq e Afghanistan hanno sperperato il loro potere economico, depredato la loro macchina militare e creato stanchezza nell’opinione pubblica del Paese”.
Secondo Maronta, proprio il tramonto del primato militare ha spodestato la superpotenza del nuovo continente dal trono, a favore della Cina: “Gli Stati Uniti per loro stessa ammissione non sono più in grado di fare una guerra, quindi l’articolo 5 della Nato non vale più: hanno perso il potere di deterrenza. Se la Cina decidesse di prendere Taiwan, gli Usa non resisterebbero due settimane. Ormai chiunque può alzarsi la mattina e dire: ‘Io mi faccio la mia guerra’, e questo vale anche per gli amici, come nel caso di Israele”.
Rebus Stati Uniti: è davvero isolazionismo?
Il consigliere scientifico di Limes ha insistito sulla natura isolazionista degli Stati Uniti, fondati su questo principio geopolitico. Sembra dunque essere un ritorno alle origini per Washington, ma non tutti gli analisti condividono la stessa lettura. Sul fronte opposto, lo storico americanista Mario del Pero ritiene che questo termine non sia mai stato adatto per illustrare la visione del mondo degli Stati Uniti, tantomeno adesso. Unilateralismo, questa è la svolta trumpiana secondo l’analista associato Ispi: un nazionalismo estremo, in cui vige la politica di potenza, in un tutti contro tutti sordo al diritto internazionale. Peter Baker, giornalista del New York Times, fa invece una netta distinzione tra la prima e la seconda presidenza Trump, dando più peso alle minacce espansionistiche del tycoon, dalla Groenlandia al canale di Panama, passando per il piano distopico per il futuro della Striscia di Gaza. Secondo Baker, i nuovi Stati Uniti di The Donald sono passati “dall’isolazionismo America first all’imperialismo America first”.