Un mondo di “parole che si svuotano”, dove però restano le storie per restituire senso alle vicende più tragiche del presente. Del “potere delle parole” hanno discusso questo pomeriggio Francesca Mannocchi e Mario Calabresi, nell’auditorium San Francesco di Perugia, durante l’International journalism festival. Una riflessione sulla perdita di significato di certe espressioni nel linguaggio della comunicazione politica oggi, in cui, come ha detto Calabresi, “il percepito ha un valore assoluto e diventa giustificazione di tutto”.
Un fatto che, secondo Mannocchi, da poco tornata dai Territori palestinesi occupati, “è particolarmente vero in Cisgiordania, dove l’erosione delle parole si accompagna all’erosione del diritto”. Così, racconta la giornalista citando una vicenda che ha documentato in prima persona in una cittadina vicino a Nablus, accade che l’uccisione dei membri di una famiglia palestinese mentre viaggiavano su un’automobile venga giustificata dall’esercito israeliano con la motivazione della possibile “minaccia” percepita dai militari.

Un uso delle parole che porta come effetto un “regime di impunità” che ha permesso l’espansione dei coloni israeliani a danno dei palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania: “In decenni – ha commentato Mannocchi – tanto più veniva eroso il diritto internazionale, tanto più venivano erose le parole”. Con il risultato che, quando si tratta delle violenze e dei conflitti di oggi, “anche il senso dello scandalo è consumato, non fa più notizia”, ha detto Calabresi.
E la comunicazione può arrivare all'”accettazione passiva di alcune locuzioni e parole”, il cui uso spesso non viene messo in discussione. Come nel caso delle occupazioni dell’Ucraina da parte della Russia e di quella del Libano da parte di Israele: “A parità di situazioni applichiamo due lessici diversi: da una parte il lessico della sicurezza per Israele, con le cosiddette zone cuscinetto, dall’altra quello dell’occupazione, quando in entrambi i casi si tratta di occupazioni illegali di territori di un altro stato”. Occorre tornare a una narrazione che ripulisca le parole delle incrostazioni propagandistiche o cariche di pregiudizi di cui è pieno il lessico odierno, secondo i due relatori. E a questo fine le storie possono essere di grande aiuto per riportare le parole al loro senso giornalistico vero: “Restituirci – ha concluso Calabresi – il significato di ogni cosa che accade”.