Lorenzo Lodola e le sfide di un atleta disabile

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Lorenzo Lodola, classe 2003, è sempre stato uno sportivo. E continua a esserlo nella disabilità. Originario di Cantalupa, nel Pinerolese, Lodola aveva 17 anni quando, nell’estate del 2020, durante una gara di downhill in Svizzera ha avuto un incidente che gli ha cambiato la vita. Durante il periodo di riabilitazione è tornato a praticare sport. È stato anche tedoforo a Treviso per le Paralimpiadi di Milano-Cortina. Oggi, le sue parole sono cariche di determinazione e consapevolezza: si racconta, argomenta e analizza con obiettività e misuratezza, anche nelle critiche.

Come ti sei avvicinato al mondo dello sport paralimpico?

“Nel 2020, mentre facevo sport ho avuto un incidente traumatico nel quale mi sono fratturato due vertebre. Questo ha poi portato al fatto che io perdessi l’uso della parte inferiore del corpo: ho perso l’uso dell’addome e delle gambe. Ho quindi fatto un periodo di riabilitazione abbastanza lungo nell’Unità spinale del Centro Traumatologico di Torino che è un’eccellenza italiana e infatti lo staff organizzava delle giornate di incontro con associazioni che avvicinano le persone con disabilità allo sport. Lì ho iniziato a capire effettivamente quali erano le possibilità, perché in prima battuta pensavo che fossero davvero limitate e che tanti sport non fossero praticabili. Piano piano ho iniziato a capire che ci sono davvero un sacco di sport che si possono fare e così ho iniziato”.

Da dove sei partito?

“Il primo, vero ponte è stato uno sport che adesso non pratico più e a cui mi sono avvicinato tramite Nicola Dutto, uno sportivo che ha avuto un incidente mentre andava in moto e che poi è tornato a correre e a fare rally in stile Parigi Dakar. Tramite Dutto mi sono avvicinato al mondo dei rally off road e ho iniziato a fare qualche prima gara in quad e di lì ho ripreso ad allenarmi e ad entrare in realtà nel mondo dello sport. Ho poi cambiato disciplina e sono passato allo sci e alla canoa, che continuo a praticare”.

Hai avuto difficoltà a trovare club e associazioni accessibili anche fuori Torino?

“In realtà no: per gli sport che pratico ho sempre avuto esperienze positive sotto questo punto di vista. Credo di aver avuto l’incidente in un momento in cui tanto ormai era già cambiato, perché a partire dal 2006 con l’impegno, in particolare, di Tiziana Nasi e di tanti altri all’interno della Fisip le cose sono migliorate significativamente. Oggi il livello è altissimo rispetto a 20 anni fa nel mondo paralimpico, quindi tanto è stato fatto a livello di accessibilità, di ausili che si possono usare quotidianamente, di tecnici specializzati. Sicuramente si potrebbe fare molto di più, anche a livello di fondi”.

Come hai scelto lo sci?

“Ho iniziato a sciare con SciAbile Onlus di Sauze d’Oulx, che porta a sciare ragazzi con qualsiasi tipo di disabilità: tetralogia, sindrome di Down per fare un esempio. Ci sono associazioni simili anche a Prato Nevoso, a Limone Piemonte e a Sestriere. Per quanto riguarda la canoa, invece, ho iniziato al Cus di Torino che si impegna per promuovere uno sport accessibile a chi ha disabilità. Secondo me la parte realmente difficile non è provare, quindi iniziare ad andare un paio di volte, ma potersi permettere l’attrezzatura per farlo con costanza. Tendenzialmente, tutte le realtà che introducono al mondo dello sport lo fanno con materiali di loro proprietà. Per esempio, SciAbile Onlus ha 4 o 5 monosci: loro ti portano a sciare, ti fanno le lezioni poi però giustamente i monosci rimangono loro. Se vuoi sciare sporadicamente loro te lo cedono gratuitamente, però appunto questo ragionamento funziona se si vuole praticare ogni tanto. Se, invece, uno ha piacere di fare uno sport con costanza e intraprendere un percorso agonistico deve comprare l’attrezzatura per sé e su misura. Il monosci, per esempio, deve avere una seduta su misura per il mio peso, per le dimensioni ed è lì che arrivano le difficoltà e i problemi perché purtroppo costa tutto molto caro”.

Ma non ti sei fermato lì…

“Da poco, circa sei mesi, ho iniziato a fare canoa e, siccome ho una lesione alta, controllo poco l’addome: il Cus mi dà gratuitamente la canoa e l’allenatore si è anche speso per farmi avere dalla Federazione una canoa paralimpica. La canoa, però, in sé non ha uno schienale ma io ne ho bisogno e quindi deve essere fatta apposta per me. Il costo di questo schienale è di circa 2.000-2.500 euro. Se uno vuole fare uno sport deve prevedere, purtroppo, dei costi non indifferenti per poterlo iniziare e secondo me è questa la parte più limitante. Purtroppo c’è un limite economico abbastanza importante, secondo me, nel mondo della disabilità che traccia una linea abbastanza netta tra chi può fare queste attività sportive e chi no”.

Si può evitare che la barriera economica diventi insormontabile?

“Con un amico ho fondato un’associazione, Adventurabile, per raccogliere fondi e supportare le persone che hanno piacere di fare sport ma non ne hanno le possibilità economiche. La seconda anima di Adventurabile è quella di racconto videografico, che è la passione che condivido con l’amico. Realizziamo produzioni videografiche che parlano di inclusione, accessibilità, natura e sport. Come dicevo, è tutto fatto apposta per rispondere alle esigenze di una persona con disabilità e ogni disabilità è un po’ diversa da un’altra. Le Federazioni intervengono nel caso di talenti particolari, però se banalmente si vuole fare sport per stare bene e non per raggiungere un risultato agonistico di alto livello si riscontrano molte più difficoltà. Il discorso è riconducibile appunto ai prezzi elevati, già a partire dalle carrozzine che usiamo tutti i giorni. L’Asl dà 1.500 euro ogni quattro anni, però una carrozzina costa circa 6.500 euro e non è detto che duri quattro anni. Non è solo un problema italiano, ma è diffuso anche a livello internazionale. Questa parte secondo me è quella che quasi nessuno vede, ma che impatta realmente la vita di una persona con disabilità”.

Quale disciplina di sci pratichi? Come si prova a qualificarsi per le Paralimpiadi?

“Io pratico slalom gigante e slalom speciale. Ho iniziato tre anni fa: l’anno scorso ho iniziato a fare qualche gara in più e ad abbassare i punti per potermi qualificare. Il livello a cui sono arrivato in questi anni, comunque, è ancora distante dal livello paralimpico. L’iter inizia con le classificazioni internazionali per essere inseriti in una delle sottocategorie che poi, con dei fattori correttivi, vanno a mettere tutti sullo stesso livello e a modificare un po’ il tempo. Nella categoria sitting, per esempio, ci sono cinque sottocategorie. Dopo aver fatto questo, si può iniziare a gareggiare. Si parte da 1000 punti e in base ai risultati ottenuti si calcola un punteggio che viene sottratto. Per entrare in Coppa del Mondo la soglia è sotto i 100 punti. Se si compete in Coppa del Mondo solitamente la Federazione convoca alle Paralimpiadi, ma non è una regola fissa. In ogni caso, ci si deve sicuramente qualificare per i Mondiali”.

Tu sei stato tedoforo per le Paralimpiadi a Treviso: come è stata l’esperienza?

“È una domanda che mi hanno fatto tanti, cerco di rispondere in maniera completamente sincera. Ovviamente è stata una bella esperienza: è stato bello essere lì, a condividere questi valori che per noi ovviamente sono importanti e che viviamo ogni giorno. Al tempo stesso, però, c’è una schiera di persone che dà per scontato che davvero ci sia crescente attenzione, che davvero le cose funzionino in un certo modo. Adesso c’è molta attenzione grazie alle Paralimpiadi, quindi ci si concentra molto sulle storie di atleti con disabilità però i costi di cui dicevamo prima o le difficoltà che uno affronta tutti i giorni difficilmente vengono viste.

Quindi dico che complessivamente è stato bello, però allo stesso tempo penso che certe cose si notino solo in alcuni momenti e diventino anche utili per la comunicazione. Questo pensiero, sinceramente, era presente in quei momenti nonostante fossi contento di condividere l’esperienza con altri ragazzi che ho conosciuto in questi anni.

In generale, credo che la parte più soddisfacente sia stata la possibilità di fermarsi un attimo e ripensare a tutto quello che è successo in questi anni. Alle cose che sono cambiate ma anche allo sport, agli amici e alle belle persone che ho conosciuto durante questo percorso”.

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