Abigail Hernandez non parla mai della sua famiglia quando racconta i mesi trascorsi in Costa Rica dopo essere fuggita dal Nicaragua. Non perché non voglia, ma perché in esilio il silenzio su certi nomi, soprattutto quelli dei familiari, diventa una forma di protezione. «Chiamavo altre persone per avere loro notizie», racconta. «Tutto cambia, perché sei sola e perdi chiunque. Anche con la famiglia perdi quella connessione speciale».
Hernandez è una giornalista nicaraguense costretta a lasciare il paese durante il regime del dittatore Daniel Ortega. In Costa Rica, le istituzioni le hanno detto di non poterla proteggere e di dover andare altrove. «I programmi migratori sono molto difficili, soprattutto per chi, come me, non ha documenti, che sono parte dell’identità di una persona. Se non ce li hai, non hai un paese che ti vuole. Anche questa è persecuzione».
La sua storia è una delle tante che hanno trovato spazio al Festival Internazionale del Giornalismo, durante un panel dedicato alle giornaliste in esilio. Testimonianze che cambiano per contesto geografico ma si somigliano nelle conseguenze: ansia, isolamento, molestie, minacce, legami familiari spezzati.
Il punto di partenza è il dato che fotografa il problema. Secondo uno studio del 2025 (Martínez et al.), l’83% delle giornaliste in America Centrale dichiara di aver subito violenza, insulti o molestie sui social media a causa del proprio lavoro. Una cifra che non riguarda episodi isolati, ma un modello di repressione ormai strutturale.
Tra il 2020 e il 2022, le giornaliste in El Salvador hanno affrontato una campagna sistematica di molestie online portata avanti dall’hashtag #malqueridas — un termine che in spagnolo evoca il disprezzo, diventato uno strumento di violenza digitale con una forte carica misogina, utilizzato per screditare e attaccare le giornaliste che producevano lavori critici di fronte a una forte opposizione.
«Mi scrivevano che dovevo tacere, che dovevo smettere di fare giornalismo», racconta Karyn Maughan, giornalista legale sudafricana presente al Festival – la repressione è un pattern ovunque, non solo in Sudamerica. «Vogliono il nostro silenzio. Ma non dobbiamo permetterglielo». Hernandez invece descrive mesi in cui era costantemente sorvegliata. «Mi dicevano di guardarmi le spalle, soprattutto perché sono donna».

La doppia perdita
Per le giornaliste costrette a lasciare il proprio paese, l’esilio non è soltanto una questione di sicurezza, ma anche una rottura dei legami familiari che può rivelarsi devastante. La distanza diventa un ostacolo insormontabile quando si tratta di crescere i figli, prendersi cura dei parenti anziani o semplicemente condividere i momenti quotidiani. Il senso di colpa diventa un peso costante.
Questo senso di colpa riflette la pressione degli stereotipi di genere: le donne come principali figure di riferimento e responsabili delle loro famiglie, relegando i propri bisogni e aspirazioni a una posizione di minore importanza. Il risultato è quindi un doppio isolamento: da un lato, la violenza che l’ha costretta a partire, dall’altro, la percezione distorta di chi è rimasto.
Il report “Nobody Leaves Because They Want To”, prodotto da una rete di giornalisti nicaraguensi del network PCIN (Periodistas Centroamericanos en el Exilio), si concentra sulle esperienze delle donne in esilio, documentando come la violenza di genere sia intrecciata con la repressione politica. Il testo evidenzia casi di tortura sessuale e psicologica durante la detenzione e gli effetti dell’impatto negativo sul benessere emotivo e sulla resilienza delle vittime.
L’identità professionale sotto attacco
La violenza che spinge le giornaliste latinoamericane all’esilio spesso non si limita alle minacce fisiche. Gli attacchi misogini si concentrano sull’aspetto fisico, sulla sessualità, sui ruoli familiari — elementi che mirano a demolire non solo la persona, ma l’identità professionale.
Una volta in esilio, questa demolizione continua per vie burocratiche. Senza documenti, senza accesso a programmi di protezione efficaci e senza una rete di contatti nel paese ospitante, molte reporter sono costrette ad accettare lavori estenuanti o mal pagati per sopravvivere.
Il giornalismo — la ragione per cui sono state perseguitate — passa in secondo piano rispetto alle esigenze immediate. Questa dinamica colpisce in modo particolare le madri single, che si trovano a gestire simultaneamente la precarietà economica, la cura dei figli e la volontà di continuare a fare giornalismo. La vulnerabilità, in questi casi, nasce dall’intersezione tra genere e status economico: due fattori che si moltiplicano.
«Fingevo di stare bene, ma avevo paura che mi uccidessero. Ero sola. Mi odiavano. Tutto ciò che dicevo o scrivevo veniva usato contro di me», racconta ancora Maughan.
| Tipo di violenza | Caratteristiche |
| Violenza digitale di genere | Campagne di disinformazione, moleste sulle piattaforme online, diffamazione, autocensura e isolamento dall’ecosistema digitale |
| Violenza sessuale | Molestie sessuali, abuso di potere da parte delle autorità, minacce di stupro |
| Violenza psicologica | Cancellazione dell’identità professionale, attacchi verbali dovuti all’orientamento sessuale, molestie giudiziarie: uso del sistema legale per criminalizzare i giornalisti |
| Violenza fisica | Minacce di morte, attacchi armati e attacchi contro i familiari |
| Violenza politica | Repressione diretta del governo contro le donne |
| Violenza culturale | Discriminazione sul lavoro, disprezzo per le competenze professionali, critiche alla vita personale dovute ai ruoli di genere |
Fonte: studio di Casa para el Periodismo Libre, un progetto di Iplex in collaborazione cn Akademie. Network partner Hannah Arendt Initiative.
Reti di resistenza
Negli ultimi anni si sono sviluppate reti di supporto concrete. Tra queste: il PCIN, nato da giornalisti nicaraguensi in esilio, offre mentorship personalizzata, fondi di emergenza fino a 5mila dollari per le famiglie in difficoltà, e piattaforme sicure per pubblicare inchieste dall’estero. Negli ultimi due anni ha supportato oltre 50 donne nel tentativo di ricostruire una carriera giornalistica al di fuori del proprio paese.
L’International Women’s Media Foundation (IWMF), attraverso l’Emergency Fund e fellowship come il Howard G. Buffett Fund for Women Journalists, ha raggiunto più di 200 reporter latinoamericane dal 2020, offrendo formazione sulla cybersicurezza contro le molestie digitali e assistenza legale per le pratiche di visto.
A livello istituzionale, lo Special Rapporteur on Journalists in Exile delle Nazioni Unite ha pubblicato a giugno 2024 un report che raccomanda agli Stati di istituire fondi specifici per le diaspora giornalistiche.
«Stiamo imparando a conviverci, ma anche a reagire», spiega Juliana Dal Piva, giornalista brasiliana, presente anche lei al panel del Festival di Perugia. «Creiamo gruppi per condividere le nostre storie, ci sosteniamo a vicenda. E sappiamo che possiamo rivolgerci alle autorità, alla polizia, alle istituzioni».
Un cammino ancora lungo
Le giornaliste centroamericane in esilio non sono vittime passive. Sono professioniste che continuano a fare inchieste, a costruire reti, a testimoniare, sfidando il loro esilio lontano da casa — spesso con meno risorse, meno sicurezza e meno riconoscimento.
Ma la resilienza individuale non può essere l’unica risposta a un problema sistemico. Le reti di supporto esistono e funzionano, ma restano frammentate e senza abbastanza finanziamenti rispetto alla grandezza del fenomeno. I programmi migratori di molti paesi ospitanti non prevedono percorsi specifici per i giornalisti in pericolo e la violenza digitale di genere, che in molti casi precede e accompagna l’esilio fisico, continua a crescere senza che le piattaforme abbiano sviluppato strumenti efficaci per contrastarla.
Lo “zaino invisibile” di cui parlano queste donne — le minacce, le perdite, la lontananza da casa, il senso di colpa, la burocrazia, la solitudine — non si svuota da solo. Capire cosa contiene è il primo passo. Trovare con chi condividerlo è il secondo.