Ci sono paesi nei quali fare informazione è più difficile. Paesi in cui i governi autoritari controllano il giornalismo, piegandolo al proprio volere anziché alla libertà di informazione dei cittadini. Se n’è parlato all’evento Authoritarian convergence: how Russia, Iran and China reshape information ecosystems, tenutosi a Palazzo Cesaroni, Perugia, nell’ambito del Festival internazionale del giornalismo 2026.
In Russia, Cina e Iran il giornalismo indipendente è quasi impraticabile. I giornalisti sono oggetto di minacce, persecuzioni e spesso finiscono per essere vittime di questi governi della censura. Campagne di disinformazione, sorveglianza e restrizioni alle piattaforme sono solo gli strumenti più noti con i quali i regimi limitano la libertà di pensiero e di informazione. Ma ci sono dei giornalisti che negli ultimi anni sono riusciti a riportare un’informazione veritiera e indipendente in questi contesti. È il caso di Marketa Hulpachova, co-direttrice di Tehran Bureau, Alesya Marokhovskaya, editor-in-chief di IStories e Vivian Wu, fondatrice di Dasheng Media.
Il Teheran Bureau riesce a operare sotto il regime iraniano grazie a un network di giornalisti che lavora all’interno e al di fuori del Paese. Gli ultimi mesi sono stati particolarmente difficili – ha raccontato Hulpachova – a causa dell’oscuramento di internet voluto dal regime degli ayatollah. Le pubblicazioni non sono però cessate grazie alle connessioni satellitari e grazie soprattutto ai giornalisti della redazione, che con coraggio hanno continuato a raccontare le proteste di piazza e i giorni della guerra contro Stati Uniti e Israele.
Difficoltà simili le ha riscontrate IStories, media che si occupa di inchieste in Russia. I giornalisti lavorano sotto copertura nel Paese e non si conoscono tra di loro, perché la diffusione dei dati personali sarebbe troppo pericolosa per la loro incolumità. Una delle conseguenze di questa situazione è il problema di dover affrontare lavori complessi, come ad esempio la realizzazione di un documentario – racconta Marokhovskaya -, potendo contare sul lavoro di pochissime persone fidate. Inoltre, il blocco delle piattaforme social e dei servizi di Google voluto dal Cremlino rende ancor più complesso far arrivare i contenuti alle persone.
Anche la Cina agisce censurando i giornalisti come Iran e Russia. I media sono completamente controllati dal governo di Pechino e questo rende i cinesi “disinformati come all’interno di una bolla oscura” secondo Vivian Wu, che a New York ha fondato Dasheng Media. La testata di Wu cerca di sfruttare diverse piattaforme per arrivare al pubblico cinese e lo fa attraverso interviste a personaggi autorevoli, factchecking delle notizie nazionali e cercando di decostruire la propaganda governativa.
Racconti di giornalismo indipendente che sopravvive ai governi autoritari. In un’epoca in cui i regimi sembrano moltiplicarsi, legittimando il sistema della censura, l’informazione libera appare come l’ultimo baluardo della democrazia.
Immagine del panel dei relatori di Monica Rizza (rilasciata con Creative Commons Attribution-NoDerivatives 4.0 International License (CC BY-ND 4.0)