Come si può fare un’informazione accurata in un territorio in tensione perenne tra due popoli, in cui uno è allo stesso tempo opprimente e detentore del monopolio dei media, mentre l’altro è sottomesso e scarsamente rappresentato? Local Call e +972 magazine sono due piccole testate indipendenti gemelle che lavorano in Palestina e Israele e provano a dare voce al popolo palestinese, spesso ignorato o mal rappresentato dai media locali, per fare in modo che la narrazione della realtà che si vive in quella terra sia il più accurata possibile e precisa.
“Una delle cose che ci consente di fare il nostro lavoro è come siamo finanziati. Noi siamo completamente indipendenti grazie al fatto che siamo finanziati da donatori volontari”. Noa Pinto lavora come audience engagement manager per Local Call ed è israeliana. Durante il Festival internazionale del giornalismo di Perugia è atterrata in Italia e in un dialogo con Francesca Caferri, corrispondente dall’Asia occidentale per La Repubblica, e i colleghi Oren Ziv e Yonit Mozes ha raccontato cosa significa essere una testata indipendente in quella terra. “Nessun altro tra i media israeliani fa il tipo di lavoro che svolgono loro”, dice Caferri introducendo gli ospiti.
Conoscendo bene la realtà del suo Paese, Pinto è convinta che sia importante che ci si rivolga soprattutto agli israeliani ebrei, per questo sia il sito di Local Call sia il magazine +972 sono scritti in lingua ebraica. “La maggior parte degli israeliani non vogliono sentire quello che diciamo – spiega Pinto, rispondendo a una domanda di Caferri – eppure molti vengono intercettati dai nostri contenuti, soprattutto sui social. Anche se sono completamente contrari, sapere che ci siano persone che la pensano anche in quel modo è un bene per loro”.
“Gaza suo malgrado ha avuto un ruolo importante, perché ha concentrato l’attenzione in questa parte di mondo, ma non è solo Gaza a soffrire: non bisogna dimenticarsi della Cisgiordania. I palestinesi nei media sono rappresentati sotto la lente del fascismo e del razzismo, senza che ne venga mai fatto un degno ritratto. Per questo nella nostra redazione abbiamo diversi giornalisti palestinesi, che sono comunque il 20 percento della popolazione israeliana. Se non li vedi e non ne parli, è più facile ucciderli”.