Libertà di informazione, l’Italia in ritardo su Emfa e direttiva anti Slapp

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L’Italia è rimasta indietro nel campo della libertà dell’informazione. Infatti non sono mai state corrette le storture che al momento impediscono un’applicazione corretta dello European media freedom act (Emfa), il regolamento della Ue entrato in vigore nel 2025. In particolare le attuali strutture di governance e finanziamento della Rai cozzano con l’articolo 5, che sancisce «che il direttore o i membri del consiglio di amministrazione dei fornitori di media di servizio pubblico sono nominati in base a procedure trasparenti, aperte, efficaci e non discriminatorie e su criteri trasparenti […] stabiliti in anticipo a livello nazionale». 

Oggi, però, in base a quanto deciso dalla riforma Rai del 2015 approvata dal governo Renzi, dei sette membri del consiglio di amministrazione due sono eletti dal governo, due dalla Camera dei deputati, due dal Senato e uno dai dipendenti Rai. Secondo il rapporto Liberties media freedom report 2025 dell’ong Civil Liberties for Europe «tale disposizione concede alla maggioranza di governo di esercitare un’influenza significativa, esponendo l’emittente pubblica al rischio di indebite interferenze politiche».

Applicare correttamente e nella sua interezza l’Emfa, secondo Davide Mattiello, che presiede Articolo 21 Piemonte, assicurerebbe una tutela maggiore dalle querele temerarie: «La normativa attuale non ha recepito i mutamenti della realtà. Sempre più giornalisti lavorano in autonomia da freelance». E sono proprio loro a essere più esposti alle accuse ingiuste, «poiché senza una testata alle spalle il freelance si fa carico di tutte le spese legali ed è quindi più debole».

Mattiello si dice contrario anche al disegno di legge, ora in esame in Senato. «La nostra valutazione è che sia soltanto una mossa dilatoria, per dire sia all’Unione Europea sia alle forze di opposizione, guardate che noi il testo, un testo di riforma lo abbiamo depositato, se volete ne parliamo». Aggiunge poi Mattiello: «E’ una mossa illusionistica, parallelamente le condotte pratiche rispetto alla governance della Rai sono condotte concrete che non vanno nella direzione di una maggiore autonomia del servizio radio televisivo dalla forza politica di governo».

Il recepimento della direttiva anti Slapp

La libertà di informazione passa anche dal recepimento della direttiva anti Slapp. L’acronimo Slapp indica strategic lawsuits against public participation, ovvero le azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica. Le direttive europee – a differenza dei regolamenti Ue che entrano automaticamente nell’ordinamento nazionale – devono essere recepite. E l’Italia, spiega la giornalista giudiziaria responsabile Legalità di Articolo 21, Graziella Di Mambro dovrà farlo «entro il 7 maggio. Al momento però non è stato fatto niente a riguardo». Anche perché l’Italia ha riportato diversi casi: secondo il rapporto di Case è una della nazioni più colpite dal fenomeno. 

La direttiva anti Slapp, però, è «ignorata. La procedura prevede che l’introduzione con leggi attuative nell’ordinamento avvenga entro un anno dall’emanazione. Dopodiché la Commissione attende sei mesi per dare possibilità allo Stato membro di adeguarsi, altrimenti scatta il richiamo». Il rischio, aggiunge Di Mambro, è che il Parlamento recepisca questa direttiva solo per le Slapp transnazionali», che sono una piccola percentuale rispetto al totale. Tutelare le sole azioni civili transfrontaliere lascerebbe senza protezione oltre il 90% dei casi di Slapp nel paese, rendendo insufficiente l’intervento del Governo.

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