Il Libano è stato protagonista sul palco del teatro Carignano per Biennale Democrazia. La terra dei cedri è da sempre immersa in dinamiche complesse: una guerra civile dal 1975 al 1990, la guerra dei 33 giorni nel 2006, le proteste del 2019, la bancarotta e l’esplosione nel porto di Beirut del 2020. Nel Paese del miracolo economico degli anni ’60, oggi l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Dopo il 7 ottobre 2023, il Paese ha affrontato la violazione dei confini da parte di Israele, il lancio di missili da parte di Hezbollah e la presenza costante dell’Iran. Rosita di Peri – professoressa di scienze politiche dell’università di Torino – e Gad Lerner, giornalista del Fatto Quotidiano, hanno ripercorso tendenze passate e presenti in un dialogo dal titolo “Libano, Palestina e Israele al centro di un mosaico libanese. Che cosa cambia dopo la guerra?”
Pensare al Libano significa – oggi – pensare al conflitto israelo-palestinese, “una guerra interminabile e maledetta”, dice Lerner. La tregua formale stipulata tra Israele e Libano il 27 novembre scorso non è mai stata rispettata: le violazioni dell’esercito israeliano sono state quotidiane e tuttora occupa cinque postazioni sul confine. “Nonostante i 4mila morti e i 22mila feriti libanesi, tra cui ci sono moltissimi civili, il Paese è stato marginalizzato dalla narrazione mediatica”, fa notare Rosita Di Peri.
“In Libano la mescolanza e la convivenza sono la norma, ci sono tantissime famiglie cosiddette miste – spiega Gad Lerner, nato a Beirut -, ma lo stesso non si può dire di Israele e Palestina. Lì si lavora da generazioni per la divisione totale”. La moderatrice dell’incontro, Maddalena Oliva, chiede una riflessione sulle possibili soluzioni del conflitto attuale. Per Gad Lerner “nella società civile israeliana e palestinese esistono persone che credono in una convivenza possibile e che hanno elaborato i rispettivi traumi. Shoah e Nakba sono sinonimi”. Pensa che le soluzioni proposte dai “fanatici” siano “distopie irrealizzabili” ed è sostenitore della proposta “due popoli, due stati”.
Emerge una divergenza. Per Di Peri questa via non è praticabile: “Non ci si può fermare a parlare delle opzioni sul tavolo fino a quando non finirà l’occupazione e le armi non verranno fatte tacere. Come si può parlare di convivenza in un regime di apartheid?”. La professoressa non rifiuta la convivenza a prescindere, ma “le violazioni dei diritti umani e gli attacchi dai coloni non la rendono possibile. Il problema oggi, come da quarant’anni, è l’estrema politicizzazione dell’identità”.
Uno sguardo al mosaico libanese
Il Libano, “un fazzoletto di terra”, è un Paese che si regge sull’equilibrio del sistema confessionale. La suddivisione delle cariche politiche tra le principali comunità religiose è stata istituzionalizzata con il Patto Nazionale del 1943. Il presidente della Repubblica deve essere un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e lo speaker del Parlamento un musulmano sciita.
Il Parlamento, composto da 128 membri, è diviso equamente tra cristiani e musulmani, con ulteriori suddivisioni interne per le diverse confessioni. La ripartizione riflette l’equilibrio tra le comunità religiose e mira a mantenere la stabilità. In realtà, “l’ultimo censimento risale al 1932 – spiega Di Peri – perché ufficializzare le nuove dinamiche demografiche minerebbe la stabilità. Dopo la fine della guerra civile c’è stato un sorpasso demografico e gli sciiti sono sempre di più”.
Il sistema confessionale è il modello a cui si contrappone Hezbollah, “il partito di Dio”. I primi sintomi della popolarità di Hezbollah si sono visti nel 1998 durante le elezioni municipali. Il partito è popolare in Libano perché si pone come nuovo, mai corrotto. “È un partito di massa: è il primo per numero di aderenti e non raccoglie consensi solo fra gli sciiti. Oggi sta affrontando, però, una crisi di legittimazione”. Hezbollah è legato in maniera indissolubile al conflitto attuale: già nel manifesto del 1985, il sostegno alla causa palestinese è esplicitamente menzionato come uno degli obiettivi centrali del gruppo.